Archivio storico dell'arte — 6.1893

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G. FRIZZONI

« Lo sviluppo artistico tanto di Tiziano quanto del Palma (entrambi derivati da gente
montanara) dovette certamente procedere più lentamente di quel che i signori Crowe e Ca-
valcasene vorrebbero farci credere. Se Tiziano nei primi anni del 1500, ossia dal 1500
al 1503, avesse creato opere così egregie quali sono quelle rammentate dai signori Crowe e Ca-
valcasene, egli sarebbe salito a Venezia in tanta rinomanza, che non solo il Durerò nel 1506
avrebbe tenuto conto di lui, ma che la Repubblica pure gli avrebbe dato certamente degli
incarichi. Non è se non nei freschi della Scuola del Santo, di Padova (dipinti fra il 1510
e il 1511) ch'egli manifesta il suo straordinario ingegno per la pittura, e che di conseguenza
gli furono date nuove commissioni dalla città di Vicenza. E in quel tempo istesso egli non
aveva per anco preso a sottoscriversi quale maestro, bensì semplicemente:

lo tician de Cador depintore
1511, 2 decembrio.

(Vedi l'opera di Gonzati sulla chiesa del Santo in Padova)».

Ogni appassionato amatore dell'arte vorrà essere grato al Morelli di avere rivendicato
al Giorgione, senza tema di essere contradetto, due opere sublimi, quali sono la Venere della
Galleria di Dresda e la Madonna col Bambino fra i due santi Antonio e Rocco della Pina-
coteca del Prado. Nulla di più strano davvero, nulla, di più inesplicabile della sorte corsa
da questi due dipinti, l'uno caduto in dimenticanza coli'essere presentato al pubblico come
copia del Sassoferrato dal Tiziano, l'altro sotto le mentite spoglie di un Pordenone, rffieial-
mente quest'ultimo sta sempre esposto al Prado sotto il detto nome; ma da che ci sono stati
aperti gli occhi, non è più possibile non vedere a quale fonte più primitiva e più pura ci
riconduca, non è più possibile non capacitarsi come fra molte altre cose che giustiiìcano
il nome di Giorgione stia in prima linea l'aggraziatissimo ovale del viso della Adergine che
corrisponde appieno non solo a quello della Venere di Dresda ma ben anco a quella della
Madonna in alto trono eli'è tuttora il precipuo decoro rimasto al paese natale dell'autore,
al paese cioè di Castelfranco Veneto.

Serva intanto la surriferita Venere di Giorgione (fig. 16a) a ricondurci a Tiziano. Ch'egli
siasi ispirato alla medesima, ciascuno può persuadersene, il quale abbia osservato il quadro
suo nella Tribuna degli Uffizi (fig. 17a), dove la bella donna tiene un atteggiamento la cui
somiglianza con quello della Venere di Giorgione certamente non dipende da puro caso. Già
col confronto delle fotografie si può rilevare come il Tiziano siasi compiaciuto più di una
volta di usufruire il bellissimo motivo fornitogli dall'eletto suo precursore, da poi che anche la
figura della sua Antiope nel Louvre è evidentemente composta con reminiscenze del prototipo
indicato. Interessante poi riesce il confronto della Venere della Tribuna con quella del Prado
di Madrid (fig. 18a), in quanto ci serve d'indizio apparente della evoluzione compiutasi nel
pensiero dell'artista nel trattamento di un medesimo soggetto, ripreso parecchi anni più
tardi, cioè quando il pittore era di età già assai provetta. Noi vediamo, infatti, che mentre
nella prima sua Venere apparisce tuttora un ideale puro, grazioso, colle forme snelle di
Giorgione, che divinizza il soggetto all'uso greco, la seconda rende il soggetto in modo
sensibilmente più materiale, tanto da farci pensare che non vi si tratti se non della ripro-
duzione di un modello desunto da qualche cortigiana, forse per commissione del cavaliere
che le sta vicino con una mano sulla tastiera di un organo. Comunque sia, nel suo genere,
è pure un'opera insigne, di qualità pittoriche straordinarie, nelle quali si scorge in modo
particolare come il Tintoretto alla sua volta lo avesse preso a modello nel modo suo di dipin-
gere. Il signor Madrazo la crederebbe dipinta fra il 1530 e il 1540, ma a giudicare dal tocco
del pennello largo e quasi senza fusione dei colori, si è indotti a credere che vada ripor-
tata a tempo posteriore di più anni.1

1 A canto a tanto magistero dell'arte sarebbe meglio
davvero non figurasse l'altra Venere (n. 460) eh1 è una

copia evidente, per quanto antica, mancante affatto delle
finezze tizianesche.
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