Archivio storico dell'arte — 6.1893

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G. FRIZZONT

assolutamente l'opinione di chi lo volle opera del Boccacino di Cremona, poiché non vi
sono ne i suoi tipi, nò il suo genere di panneggi, ne alcun'altra cosa che lo richiami. Si
accosta per lo meno maggiormente al vero la denominazione oggi adottata dal Catalogo,
quella cioè a dire di Vincenzo Catena. Yi si soggiunge nullameno che il Morelli propendeva
a ravvisarvi la mano di Rocco Marconi, opinione che potrebbe forse trovare conferma nel
confronto che si avesse a fare con un'opera autentica di lui dell'età più fresca, qual'è quella
della Deposizione dalia croce nell' Accademia di belle arti in Venezia, anteriore al tempo
in che ebbe a subire un'influenza manifesta da Paris Bordone. Se questa presunta opera
di R. Marconi poi sia a tenersi precisamente per una copia da un originale di Vincenzo
Catena, conservato in Inghilterra nella raccolta privata del dott. J. 1\ Richter, è cosa che
vorrebbe essere quando che sia determinata, ma che noi per ora dobbiamo rimettere a chi
potesse fare un immediato confronto fra i due dipinti.

Di Giovanni Bellini un'opera sola, ma buona e caratteristica. È una di quelle tavole,
più larghe che alte, a mezze figure, frequenti non solo nel novero delle sue, ma anco fra
quelle di suoi seguaci ed imitatori, e dove ordinariamente la Vergine e il Bambino sono
posti in mezzo da figure di Santi. Qui sono le Sante Orsola e Maddalena quelle che stanno
ai lati. Nel concetto, che si distingue per la severa unzione religiosa e nella esecuzione
pure vi ò molto che richiama la tavola dello stesso a Venezia nell'Accademia, dove fanno
ala alla Madre e al Figliuolo divino le belle Sante Caterina e Maddalena. È quanto dire
che siamo vicini agli anni 1490, ai quali appartiene, come si sa, uno de'suoi capola-
vori nello stile quattrocentistico, qual'è il delizioso trittico della Sagrestia della chiesa dei
Frari. Il quadro di Madrid, per quanto si presenti ora sensibilmente sciupato da infauste
puliture, da ritocchi e da allumacature, sarebbe tuttora risarcibile sotto la mano di un abile
ristauratore.

In quella medesima sala d'Isabella II, dove dominano tanti dipinti appariscenti di
diverse scuole, spagn noi a, italiana, tedesca e fiamminga, si trova alquanto spostata a vero
dire una tavoletta del grande maestro della scuola padovana, Andrea Mantegna. Nello stato
in che si trova forma quasi una macchia oscura a prima vista nel posto dove si trova, in
mezzo a tante altre cose meravigliose per la loro grandiosità e chiarezza. Eppure, quando
uno si concentri sulla funerea scena che vi è rappresentata, vi prova le profonde sensazioni
che suole produrre la vista, delle creazioni del severo artista. Il soggetto è quello del Transito
di Maria Vergine. Giace la medesima sopra il cataletto, circondata dagli Apostoli, muniti
di ceri e di palme. L'ambiente è costituito da una specie di vestibolo con pilastri messi in
prospettiva dai due lati, che mettono capo ad un'apertura donde l'occhio spazia sopra un
paesaggio abbondante d'acqua. Quel paesaggio coi suoi particolari ben determinati non è
di pura invenzione. Alla congettura espressa dal Catalogo che l'artista possa avervi imma-
ginato le acque di Efeso, poiché v'ha chi presume che in quella città fosse seguito il fatto
del Transito, non so se abbia corrisposto il pensiero del Mantegna: quello che mi pare più
sicuro si ò ch'egli vi abbia realmente ritratto una parte del lago che circonda Mantova,
come potò constatare d'altronde un mio compagno di viaggio ben pratico di quel luogo, il
giovane tenente conte Carlo Gamba, il quale alle occupazioni di Marte sa associare con
vera passione quelle di Apollo e delle Muse. Non è che un tranquillo lago infatti quello
che noi vediamo stendersi davanti a noi, solcato da alcune barchette e traversato da un
lunghissimo ponte coperto, detto Ponte Molina, che corrisponde precisamente, come m'in-
forma il Gamba, a quello costruito a Mantova fino dal 1100 e che separa il lago inferiore
dal lago superiore, il quale poi si precipita in quello, dando movimento a molti molini,
(donde il nome di Ponte Molina).

A onor del vero non voglio pretermettere che già il Crowe e il Cavalcasene ebbero a
notare che la veduta è quella del lago e della città di Mantova. Avvertono dessi inoltre che
la tavola accennata è uno dei tre piccoli quadri già appartenuti alla collezione di Mantova
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