Archivio storico dell'arte — 6.1893

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IGINO BENVENUTO SUPINO

È dessa rappresentata in piedi, diritta sulla persona, con la corona in testa, tutta av-
volta in un gran manto che le scende fino alle estremità, e ch'ella rialza con la mano destra,
mentre con l'altra sorregge, quasi senza sforzo, il bambino, che avvolto in un semplice ca-
mice, ha il braccio destro sollevato e proteso (sebbene rotto è facile indovinarne il movi-
mento) sul petto della madre, l'altro abbandonato in naturale atteggiamento sulla coscia
sinistra. La figura non ha il solito movimento contorto e un po' esagerato, così proprio alle
madonne di scuola pisana: è ben proporzionata e di un fare largo e disinvolto, pur mante-
nendo nell'andamento delle pieghe il carattere della scuola cui appartiene. La testa legger-
mente inclinata, come in atto di riguardare i passanti, è piena di grazia e di sentimento:
gli occhi impostati obliquamente, dal lagrimatoio più basso della codetta, un po' alla maniera
dei giapponesi, danno al volto di lei una espressione di caratteristica sentimentalità: la
fronte alta, i capelli spartiti nel mezzo del capo, la bocca semiaperta, sorridente, il naso
diritto, il collo fine ed elegante, bene attaccato alla testa e bene impostato sulle spalle, l'in-
sieme del volto vagamente gentile ci dimostrano il progresso di questa rappresentazione
sulle altre di quella scuola e ci fanno palese l'opera di un artista, clic, non più schiavo del-
l'antico, seppe infondere alla sua figura un alito di vita nuova, uno spirito d'idealità mai,
certo, sino allora tentato e raggiunto. Ma (niello che meglio poi ci dimostra lo studioso e intel-
ligente indagatore del vero è il bambino, dalla testa così espressiva e così caratteristicamente
infantile e con tanta naturalezza e semplicità modellata, che si lascia indietro molte rappre-
sentazioni di putti della scuola pisana, e può stare a paragone con molte opere di artisti
fiorentini del secolo decimoquinto.

Per queste svariate qualità, non facilmente da altri artisti raiririunte e accoppiate, per
questa mescolanza di grazia tutta femminile e di verità, di semplicità e di eleganza, noi
saremmo per credere questa immagine lavoro di quell'artista, die col suo giudizio, come
scrive il Vasari, cominciò ad operar meglio e a dare molto maggior bellezza alle cose, che
non aveva fatto ancora nessun altro in quell'arte insino ai tempi suoi, vogliam dire di An-
drea Pisano.1

* *

Quando si pensi infatti al notevole cambiamento avvenuto con Giovanni e proseguito
dopo la morte di lui nell'indirizzo dell'arte pisana, sempre più diretto a riprodurre la natura
nella sua verità, movimento questo che con Nino si accentua tanto da,arrivare persino tal-
volta a toccare l'esagerazione, non sarà possibile credere questa Madonna dell'uno o del-
l'altro di questi due artefici. E per quanto il primo sia arrivato a grande altezza, non può
la sua scultura, per i caratteri propri, confondersi con quella degli altri artisti suoi succes-
sori, nò ci sembra egualmente possa credersi dell1 altro, che nelle sue opere si palesa ve-
rista nel senso più moderno della parola, preoccupato sempre a copiare fedelmente tutti i
caratteri, anche i meno estetici, dei modelli viventi.

Per questo, nè all'uno nò all'altro dei due attribuiremo la Madonna che era sul vertice
della chiesa della Spina, ma ci pare invece debba dirsi di Andrea, che riesci, fra tutti i
seguaci di Giovanni, a dar sempre giusta proporzione alle parti e alle figure insiemi eleganti,
esecuzioni accurate e lini.

Le sue rappresentazioni femminili hanno una grazia tutta speciale, una eleganza diffì-
cile a ritrovarsi negli altri artisti, e nella Madonna intorno alla quale c'intratteniamo, v'ò nel
volto tutta la delicatezza e la gentilezza che hanno le donne sue nella porta del San Giovanni
di Firenze: pur esse dagli occhi allungati alla codetta e un po'obliqui, dal volto e dalla
figura spirante grazia, e più che belle di classica bellezza, eleganti e gentili.

Non ad altri se non a lui, per questi caratteri tutti a lui propri, potremmo attribuire

1 Vasari, ediz. Sansoni, voi. I, p. 483.
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