Archivio storico dell'arte — 7.1894

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IGINO BENVENUTO SUPINO

Ai piedi di Ini tre casse scoperchiate lasciano vedere i cadaveri di tre re : il primo
de' quali è di ricchi abiti vestito e coperto da un mantello foderato di vaio bianco ; il se-
condo, sempre con la corona in capo e la veste un po' consunta, è già in istato di avan-
zata decomposizione; del terzo non resta che lo scheletro.

Lo spettacolo della morte, così al naturale espresso e così vivamente ritratto dall'artista,
colpisce una cavalcata, composta di cavalieri e di dame e seguita da servi, che pare faccia
ritorno da una partita di caccia al falcone. Una delle dame, la prima accanto a San Ma-
cario, assisa sopra un cavallo bianco e avente nella mano un cagnolino accucciato, preme
con la destra il seno e pare intenta ad ascoltare le parole del Santo, che fìssa con gli
occhi. Accanto, un cavaliere accenna i tre cadaveri alla signora che gli è alla sinistra,
tutta pensierosa e triste, con la testa mestamente piegata sulla spalla destra in sentimentale
abbandono: un altro, che il Vasari ci dice essere Uguccione della Faggiola, si tura il naso
mentre il cavallo cogli occhi sbarrati protende la testa in vivo e naturale atteggiamento.
Dappresso un cavaliere, a cui il cavallo, spaurito, s' è fermato, inclina tutta la persona in
avanti in atto di chi voglia veder meglio ; e fra tutti questi, indietro, si vuole rappresentato
l'imperatore Lodovico il Bavaro nel personaggio che solo ha la barba, le insegne reali al cap-
pello e l'arco in mano. Seguono altri cavalieri e dame coi falconi, e a piedi due paggi,
uno dei quali ha nella mano destra una lancia, mentre con la sinistra regge per il collare
un cane saltellante, l'altro tiene sulle spalle due germani uccisi. La scena, piena di espres-
sione e di vita, non potrebbe essere più intensamente resa; la pittura, sebbene ritoccata
in molte parti, ci conserva pur tanto d'originale da farci intendere quanto grande dovesse
essere la valentia del pittore ; il concetto elevato e filosofico, lo spirito nuovo che vi aleggia
per entro, ci confermano ch'egli fu senza dubbio artista di straordinario sapere.

" Disotto poi, come scrive il Vasari, nell'ornamento di questa storia sono nove angeli,
che tengono in alcune accomodate scritte motti volgari e latini, posti in quel luogo da
basso perchè in alto guastavano la storia; e il non li porre nell'opera pareva mal fatto
all'autore, che li reputava bellissimi, e forse erano ai gusti di quell'età. „ 1

Nè di meri valore o di minore effetto è l'altro affresco, in cui vien rappresentato il Giu-
dizio. In alto il Salvatore, che, con la sinistra, apre la veste per mostrare la ferita al costato,
e tiene la destra alzata in atto di nessuna pietà per i reprobi: accanto la Vergine, tutta
in sé ristretta, con una mano al seno, l'altra abbandonata sul ginocchio, quasi mossa a
pietà della sorte che aspetta gli infelici nell'inferno: entrambi, seduti in trono e racchiusi

1 Vasari, ediz. Sansoni, voi. I, p. 578. Di queste
scritte poche oggi ne restano intelligibili : due motti
latini si posson sempre vedere nella parte superiore
della fascia, presso i cavalietti, e sono: quello in
mano a uno scheletro : Trimus natus Abel et primus
mortuus; l'altro, Primus natus Kain, primus homicida.
Dei nove angioli di cui parla il Vasari, tre soli ne
rimangono i quali hanno ancora la cartella con
la scritta, se non completamente, in parte decifra-
bile, e sono: il .secondo, con questi versi:

O tu che porti la fronte e '1 cilglo
Alto levato, mirando intorno,
Prochura por mente a che perilglo
Tu stai sempre di nocte e di giorno,
Che Morte non ti porga'su artiglo,
Dunque t'umilia e pensa che tu si...

il terzo, sotto il gruppo dei cadaveri:

Nota qui tu che di' che se'gentile,
Po' che Dio vole che sia comunale
Il nasere e '1 morire fra la gente,

Non aver dunque l'altra gente vile
Pensa spesso che tu se' mortale ...

e il quinto, sotto l'allegra brigata de' giovani.

Perniila vana perchè ti dilecti,
d'andar cosi di vita adorna,
che vuo'piacere al mondo più che a Dio,
ai lassa che sentensia tu aspecti

Non bisogna dimenticare però, che nel 1420 il
prete Giacobbe di Melaventre, cappellano della Chiesa
di Santa Maria Maggiore, ebbe dall'Operaio lire sei
" prò illuminando et seu de novo scribendo certas
scripturas in ecclesia Campisanti positas suptus hy-
storias Paradisi et Inferni et sub Vitarum Sancto-
rum patrum que demostrant et significant effectum
dictarum ystoriarum „ (Arch. dell' Opera, entrata e
uscita, n. 43, c. 64).
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