Archivio storico dell'arte — 7.1894

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ADOLFO VENTURI

si ravvivano e acquistano uno splendore nel verde e nel rosso di gemma. Infine nel Cam-
pidoglio, come negli altri quadri di Roma, di Milano, di Londra si- vedono le macchiette
lunghe, diritte e biancheggianti dei fondi, e gli alberi a foglie grosse e rade ingiallite.
Nei primi di questi quadri si scoprono reminiscenze di Mazzolino, o meglio affinità con
esso, derivate da Lorenzo Costa, specialmente nelle due Natività del Doria e dei Borghese.
Più tardi si palesano affinità col Dosso nella forte gamma del colore, ed anche quando
l'Ortolano, nel quadro di casa Chigi, tradusse la Santa Cecilia di Raffaello, la tradusse
con lo scintillìo dei colori che noi troviamo di consueto nel Dosso. In questo quadro il
Sant'Antonio da Padova ricorda ancora in qualche modo forme e tipi costeschi; Sant'An-
tonio eremita è in una posa grandiosa, e la bruna testa del vegliardo con la barba d'ar-
gento spicca solennemente nel mezzo dell'ancona ; la Santa Cecilia è un'imitazione libera
dà Raffaello, e tale è anche la gloria dei serafini aleggianti sul suo capo. Garofalo non
giunse mai tant'alto, come non raggiunse mai l'epica espressione del San Demetrio di
Londra, che poggia la sinistra sur uno spadone, e, puntato su di essa il gomito destro,
si chiude la bocca con la mano, e si stringe le guance pensoso. Nè mai il Garofalo
espresse la Pietà così sentitamente. Vedasi ad esempio l'Apostolo Giovanni nella Galleria
Borghese, che stringe ambe le mani disperato; e la Maddalena nel quadro di Richmond,
che abbraccia stretto stretto le ginocchia del Cristo, e di dolore si strugge. Il Garofalo
si era aggrandito con le opere altrui, dell' Ercole Grandi nel palazzo Scrofa-Calcagnini,
dell'Ortolano e qualche volta anche dei Dossi. Ancora a Rovigo, nella Pinacoteca comunale,
si designa come opera del Garofalo, una pala di altare di Battista Dossi!

Battista Dossi fu pure a sua volta nascosto nel seno del fratello, quantunque, se la
storia dice il vero, in vita non vi avrebbe neppure posato volentieri il capo. I documenti
pubblicati di recente potranno servire a staccare la personalità dell'uno da quella dell'altro
e a ricostruire la numerosa scuola dei Dossi male conosciuta sin qui. Basta esaminare con
attenzione alcuno dei tanti quadri attribuiti leggermente ai Dossi o ad alcuno dei loro
più noti scolari, per accorgerci di particolarità, di caratteri che manifestano differenze
assai grandi di stile con quelli. A San Pietro di Modena esiste, ad esempio, un quadro
attribuito al Dosso, che appartiene con tutta probabilità al Rondani: un altro che anche
nel Burckhardt si designava come di Dosso Dossi, è invece opera di un garofalesco pit-
tore, verosimilmente di Gian Gherardo delle Catene di Parma, del quale anche nella Regia
Galleria di Modena esistono due dipinti, uno dei quali fu già assegnato al Bastaruolo. Con-
verrà determinar bene gli artisti minori, perchè i maggiori possano elevarsi sui loro propri
piedistalli. A proposito di Gian Gherardo dalle Catene, di cui è parola nella Cronaca del
Lancilotto, sin qui non si conosceva che un quadro, quello con Madonna e Santi, esistente
nella chiesa di San Pietro di Modena. Esaminando questo, è facile rilevare nel putto, le
forme slanciate, lunghette di giovinetto, come in una Madonna in trono e Santi della Gal-
leria Estense, attribuita al Garofalo ; nelle pieghe, il ricadere dalle ginocchia largo e pia-
nato, come nel Garofalo, ma con piegoline più nodose per entro ; nel paesaggio, il disegnarsi
dei piani a linee ondeggianti parallele e della luce stessa sui piani al mo' di strisele di
spuma, e case e torri dipinte a tratti così che sembrano di paglia tessute.

Più arduo sarà il determinare i duecento venti allievi di Lorenzo Costa e del Francia,
poveri di spirito in gran parte. Lo studioso che giunga a fine di ciò, avrà compiute im-
prese maggiori di quelle d' Ercole, troverà l'idra della noia nel distinguere Biagio Pupilli
da Innocenzo da Imola, e andrà a rischio d'essere divorato o schiacciato dalla noia in
seguito, incontrandosi con Giacomo e con Giulio Francia, o col pittore dalla larga bocca
di maschera scenica, che nella Galleria del Campidoglio a Roma si osa chiamare col puro
nome di Francesco Francia. Tutti quegli artisti che si affollano a Ferrara al principio del
secolo xvi, e che si disperdono per le provinole limitrofe mancano in gran parte di forza
propria, ripetono le forme dei maestri, le slargano, le oscurano, le fanno pesanti. Fra questi
non escludo Domenico Panetti, coloritore d'immagini sacre ; uè il Coltellini, che, lasciate
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