Archivio storico dell'arte — 7.1894

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GIACOMO BONI

solamente, delle condizioni speciali in cui andavano guardati, cioè alla luce gialla delle lam-
pade ad olio.

Più tardi, assai prima però che venisse enunciata alcuna teoria scientifica su tale
oggetto, e proprio nel cuore di quel primo medio evo così assetato di colore, quando e
case e templi, e vesti e gonfaloni, e barche e navi, tutto offriva occasione ad una speciale
policromia, troviamo svolti certi temi che. enunciati nell' Ottica fisiologica di Helmholtz, si
presumerebbero divinazioni moderne. E dissipando le tenebre fitte che la presunzione
accademica proiettava sull'arte dei secoli che stanno innanzi e intorno al mille, non tro-
veremmo è vero gli artisti greci nè i saraceni intenti a sintetizzare col dicroscopio le luci
colorate o a sdoppiarle collo schistoscopio, ma riconosceremmo in tali artisti un sentimento
naturale di quella che il fisico Kood chiama la poesia del colore, ed un senso più completo
di qualsiasi strumento fisico, appunto perchè elaborante le sue percezioni entro cervelli
umani capaci di dare espressione artistica alla immagine percepita e di aprire con essa
una finestra nell'infinito ; capaci cioè di creare una vera opera d'arte, che mille e mille
anni dopo potrà ancora suscitare luce e gioia in altri cuori umani, a profondità non rap-
presentabili, lo disse Emerson, dalle più pompose cifre dell'astronomo.

Semplificata nell'enunciazione, la teoria scientifica o moderna dei colori c'insegna che
unendo una luce all'altra si ha somma di luce, mentre unendo un colore all'altro si ha
scambievole assorbimento, producente una sottrazione. Cosi il bianco, essendo composto di
varie coppie di luce colorata, per esempio di luce rossa e di luce verde-glauca, d'aranciata
e di azzurra, di violetta e di giallo-verde, se queste luci vengono unite due a due si ottiene
di nuovo la luce bianca, mentre mescolando sulla tavolozza, o per sovrapposizione attra-
verso a vetri colorati, i colori corrispondenti, uno arresta il colore complementare del suo
compagno, e si sopprime la luce, si ottiene cioè il nero e le varie specie di bruno. Pari-
menti la luce rossa mescolata alla verde dà l'aranciato, ma il color rosso mescolato al verde
dà il grigio; la luce gialla mescolata all'azzurra dà luce bianca, e invece i due colori me-
scolati danno il verde : la luce purpurea mescolata alla verde dà il viola e i due colori
mescolati assieme non danno che il bruno.

Di ben altre circostanze dovevano tener conto gli artefici medioevali nell'applicare,
nel distribuire e spaziare le tessere colorate dei loro mosaici, anzitutto perchè le luci non
arrivano sommate alla retina come negli esperimenti di fisica, ma la percezione cumulativa
si effettua, pur mantenendosi fino a un certo punto distinta (e importa che rimanga tale),
la percezione differenziale. Per accorgersi della diversità, basta considerare quella che sussiste
tra la mescolanza di luci ottenuta per sovrapposizione e ([nella direi così d'induzione late-
rale, ottenibile per rotazione o vibrazione rapida, e quella ottenibile per contrasto. '* Et
truovasi certa amicitia del colori, scriveva Leon Battista Alberti, che Vano giunto con l'altro
gli porge dignità et gratta. Il colore rossato jtresxo al verde et al cilestro si danno insieme honore
et rista; il colore bianco non solo adpresso il cenericcio et apresso il croceo ma quasi presso a
tutti posto porge letitia. ., I decoratori arabi dell' Alhambra hanno ottenuto coli'oro, col rosso
e colf azzurro varietà di tinte, facendo fondere la luce colorata dell'oro e dell'azzurro nella
tinta violetta, quella dell'oro e del rosso nella tinta aranciata; ma quando vollero mante-
nere isolati i colori semplici, li hanno come incastonati o arginati nelle filettature di stucco
bi anco. Così pure 1 macjistri Lorenzo e Griacomo, capostipiti della più celebrata famiglia
di marmorari romani del xm secolo, spaziavano con proporzionate commettiture le tessere
dei loro mosaici sull'ambone a sinistra nella chiesa dell'Aracoeli. in guisa da mantenere la
percezione distinta, e mettevano in contrasto le diverse composizioni secondo la natura dei
toni dominanti, incorniciandole con arcatine ; dei quali accorgimenti era assolutamente
incapace di tener conto il restauratore moderno che ha sostituito un nuovo mosaico nel-
l'altro ambone della stessa chiesa.

I mosaicisti, compresi quelli che lavoravano nel vi secolo a Parenzo, dovevano pur
tener conto della particolare natura della luce dell'ambiente da decorarsi. " Farmi mani-
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