Archivio storico dell'arte — 7.1894

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tanto pei dipinti sul legno quanto per quelli sulla tela. Ciò premesso, rimane da consta-
tare ora, come già è stato fatto dal cav. Anselmo Anselmi, che il quadro della Trinità
surriferito appartiene al novero di quelli che per arbitrarie disposizioni di un autocrata
quale Napoleone I, furono portati via dal loro posto d' origine per essere incorporati alla
grande Pinacoteca da istituirsi nel palazzo di Brera a Milano. Come questo progetto gran-
dioso fosse rimasto ineseguito e molti dei quadri distribuiti in deposito temporaneo fra
moltissime chiese, in diversi paesi di Lombardia, è cosa risaputa. Il quadro della SS. Tri-
nità da Urbino dunque, passò a Milano, e dalla Direzione della Pinacoteca fu accordato
in deposito alla chiesa di San Vittorio all' Olmo. Distrutta questa chiesa, riesci ai giorni
nostri al cav. Carotti, segretario dell'Accademia di Brera, di scoprire che da San Vittore
vari quadri, fra i quali uno del Viti, erano passati nella Chiesa nuova dei Cappuccini del
Sacro Cuore, sul viale di circumvallazione a Milano, presso la Porta di via Monforte. Al-
lorché lo scrivente poi ebbe a recarsi sopra luogo per vedere quale fosse il dipinto da
ritenersi opera di Timoteo, lo riconobbe di leggieri in quello di cui si è presentato qui
il facsimile. Non vi è altro quadro forse, nel quale apparisca più spiccato che in questo
lo stile proprio della scuola tenuta in Bologna da Francesco Francia, col concorso del
suo compagno in arte, maggiore di lui di ben 10 anni, il ferrarese Lorenzo Costa. Il modo
col quale vi si è voluto rappresentare sensibilmente il concetto ideale del Dio uno e trino,
è affatto consono a quello usato da quella scuola, e potrebbe essere opportunamente pa-
ragonato coli' analoga rappresentazione contenuta in una squisita tavola del Francia, nella
cappella battesimale della chiesa di San Giovanni Evangelista in Brescia. Nel rimanente,
Timoteo qui mostra di attenersi anco più alla maniera del Costa che a quella del Francia.
Dal Costa infatti sono prese essenzialmente le forme umane, tendenti al lungo e allo
scarno, le pieghe dei panni, con quei loro lembi distesi abbondantemente sul piano; dal
Costa il genere del paesaggio, a roccie con leggiere pianticelle e a sfondo pittoresco nel
mezzo. L'ingenuità dell'opera giovanile poi, viene fra altro attestata dalla pratica tuttora
quivi conservata, del pari che nell' altra tempera in Pinacoteca, di ricercare degli effetti
graditi con servirsi dell' oro nelle parti più esposte alla luce. Delle due figure che vedonsi
inginocchiate sotto l'imagine della Santissima Trinità, uno solo dev'essere inteso per un
santo, ed è San Girolamo in atto di penitente, a sinistra dell'osservatore, il cappello car-
dinalizio a'suoi piedi. L'uomo imberbe che gli fa riscontro, inginocchiato a mani giunte,
è senza dubbio un dignitario, per ordine del quale il quadro sarà stato eseguito. E con-
cepito ed atteggiato nel genere dei due devoti Guidobaldo II, duca, e Giampietro Arriva-
bene, vescovo di Urbino, quali vedonsi nella pregevole tavola di Timoteo, dedicata ai due
santi vescovi Martino e Tomaso Cantauriense, conservata sempre nella sagrestia del duomo
di detta città.

Quando si consideri come siano relativamente scarse le opere dell' amabile pittore
da Urbino, che ha acquistato agli occhi degli studiosi una simpatia speciale, da che, mas-
sime per le illustrazioni fatte dal Morelli, si è giunti a viemeglio conoscere il nesso spi-
rituale che a lui congiunge quel genio eletto dell' altro sommo Urbinate, riesce doppia-
mente rincrescevole il dover toccar con mano, in presenza dell'opera di cui ci siamo oc-
cupati, eh' essa sia oggidì barbaramente insozzata, anzi quasi tutta rifatta per opera di un
sedicente ristauratore, rozzo ed inetto, forse già da una cinquantina d'anni e più a questa
parte. Come si vede infatti esaminando il dipinto da vicino, l'originaria tempera vi è
pressoché interamente compromessa e consumata dalla torbida ridipintura ad olio sovrap-
posta, a tale che sarebbe ormai vana l'illusione di poter redimere l'opera quel tanto che
occorre per esporla degnamente nella insigne Pinacoteca alla quale era stata destinala.

Non è più che una miseranda rovina insomma, ma nello stesso tempo un documento
interessante per la storia dell'attività artistica di Timoteo Viti.

Gustavo Frizzoni.
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