Archivio storico dell'arte — 7.1894

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p. l. calore:

Dalla descrizione dell'intero portale, che il Dachery trae dall'Ughelli, si ha il seguente
brano : Ecclesiae hujus ostìum aeneum satìs mirificè fusum, auroque purissimo incrustatum,
nullo unquam tempore inter moritura Fundatoris munificentià, Divo Clementi dietimi est. Mira-
cidorum omnium, Castrorum, Terrarum, Villarum ac totius Abbatiae iurisditionis compendinm,
et veluti speculum— 1

Tutte le incrostazioni di oro purissimo sono sparite, ed il bronzo si è coverto di quella
patina verde che tanto bene decora le opere monumentali. Peccato che molte formelle,
fasce e rosoni che facevano parte dell'ornamento, furono rubate, e il guaio non cessò che
quando potei metterle sotto chiave prendendone la consegna, perchè la porta di legno, fatta
costruire come foderatura anteriore, non fu sufficiente a garantirle, ed anzi apportò danni
sopra danni, perchè, con molto poco criterio, si permise che fossero tagliati i capitelli ed
i bassorilievi sugli stipiti, per dar luogo alla chiusura della nuova porta, mentre benissimo
si potevano togliere gli spigoli di legname di essa. Altre di dette formelle furono spostate
e rimesse in disordine.

Delle 72 formelle, che decoravano queste porte, non ne restano che 48, cioè 15 con
castelli, 28 con figure lineari, 4 con figure di personaggi ed un battente composto di un
anello avviticchiato, che gira tra le zanne della testa di un leone, simboli della forza divina
e della religione. In tutta questa roba la ripulitura del bronzo non sempre fu trattata colla

Allemagna, sotto la floridezza dell' impero della casa
di Sassonia, per l'intimo commercio con l'Italia, coi
Bizantini e cogli Arabi, come per gì' influssi eserci-
tati dagli artisti greci migrati in quel luogo, la pro-
duzione artistica fu maggiore ed il progresso più
rapido.

Fra i principali bronzi v' hanno le porte del
duomo di Hildescheim attribuite al vescovo Bern-
ward de Hildesheim (cfr. Kratz, Der Doni zu Hil-
desheim), cessato nel 1023. Lo stile non è affatto pri-
mitivo e le figure non restano in bassorilievo che
nella parte inferiore, tanto che si distaccano inte-
ramente dal fondo. Così quelle del duomo di Augs-
bourg; quelle di Korsoun, nella cattedrale di No-
vogorod (Santa Sofia); del duomo di Gnesen (Gran
Polonia) ed altri pregevoli lavori che offrono una
graduale progressione artistica. Essi si sono allon-
tanati man mano dall' arte carolingia e rivestiti
di una nuova forma, che poi, per effetto delle cro-
ciate, pel maggiore sviluppo del commercio e per la
maggiore agiatezza nella vita sociale in generale,
ebbero un risveglio come non se ne ebbe in altri
luoghi, e molto meno in Francia, in cui il periodo
romanico fu relativamente corto e poco fecondo di
opere in metallo. Nel xn secolo, all'infuori del se-
polcro di Enrico I conte di Champagne (1127-1181),
che anticamente era nella chiesa di Santo Stefano
di Troyes, non si conosce che qualche battistero
composto di tini cilindrici fatti di lamine di piombo
curvate e saldate, come sarebbero quelli di Bourg-
Achard (Eure) e di Espeaubourg presso Beauvais.
(Cfr. Lvbke, Histoire de l'art, pp. 395-403).

Questo punto nella storia di quel popolo ci offre
anche un modo di considerare la fisonomia del mo-
numento di Casauria, il quale anche qui presentasi

in perfetta analogia con lo sviluppo storico dell'arte
di oltralpe, poiché mentre il monumento dimostra
consonanza con tanti altri del tempo, la porta non
risente nemmeno gli effetti che si ebbero in Italia
coi lavori del Bonannus di Pisa e del Barisanus di
Trani, e molto meno di quelli che si ebbero fuori
d'Italia, del vescovo Bernward de Hildesheim e di
altri monumenti d'Allemagna, dove ammiravansi le
figure che si distaccano interamente dal fondo sin
dal principio dell'xi secolo. In questa parte l'arte
fusoria si è limitata ad imitare la stessa tecnica,
gli stessi caratteri, lo stesso stile delle opere perve-
nuteci da Costantinopoli lavorate tanto da quegli
artisti, che da italiani educati in quei laboratori un
secolo prima.

Ma la scultura italiana non si ferma solo a ciò
che abbiamo indicato sin qui. Se analizzando le
opere fuse in bronzo dal lato scientifico, diamo una
occhiata alle ultime ricerche, dobbiamo fermare la
nostra attenzione anche sul Leone di San Marco
nella piazzetta di Venezia ritenuto sin ora di origine
etnisca.

Il famoso Leone, che rugge di sfida verso l'oriente,
è anche esso opera del xn secolo, non dello stesso
tempo però della Lupa romana che ringhia di ge-
losia materna, giudicata opera romanica da Burck-
hardt e dal Bode, mentre piuttosto è arcaica-etrusca.
Così i piccoli leoni d'argento, che formano piede
ai candelieri di cristallo conservati nel tesoro di
San Nicola di Bari, i quali sono di sorprendente
rassomiglianza col Leone veneziano, giustamente si
possono ritenere della stessa epoca. (Cfr. G. Boni,
op. cit. Archivio storico dell'arte, anno V, fase. V —
Il Leone di San Marco).

1 Cfr. Muratori, op. cit., p. 773.
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