Archivio storico dell'arte — 7.1894

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dei Vaiai opina, che non sia altro che la statua che
essa aveva posto nel pilastro prima del decreto
della Signoria del 1404, e che adattò pel taberna-
colo nuovo eretto dopo il 1404, nei cui bassorilievi
sono i caratteri indiscutibili della scultura del ri-
nascimento ; e ne allega in argomento, che la sta-
tua in questione, meno alta di tutte le altre, ap-
pare troppo piccola per il tabernacolo attuale, e
che l'Arte dei Vaiai, una delle sette maggiori, se
avesse rinnovata la sua statua dopo il 1404, l'a-
vrebbe fatta eseguire in bronzo, come le altre Arti
maggiori, le quali si erano proposte di distinguersi
ad Or San Michele con le statue di bronzo. Infatti
sappiamo che al jjosto del Santo Stefano e del San
Giovanni Battista del Ghiberti, come del San Gio-
vanni Evangelista di Baccio da Montelupo e del
San Luca di Gian Bologna, tutti di bronzo, sta-
vano prima del 1404 altre statue omonime di
marmo, di cui quella di San Giovanni Evangelista,
opera presunta di Piero di Gio. Tedesco, e quella
di San Luca, opera d'autore ignoto, si sono con-
servate finoggi nel Museo Nazionale, mentre di
quella del Santo Stefano si sa da' documenti che
nel 1425 se ne ordinò la vendita insieme colla sua
edicola, e che nel 1427 veniva inalzata sulla fac-
ciata del Duomo. Infine il Franceschini è riuscito
di chiarire pure la storia del tabernacolo che ora
va ornato dell' insigne gruppo di Andrea Verrocchio.
La parte Guelfa, istituzione che all'infuori delle
Corporazioni delle Arti era l'unica ad essere chia-
mata fino dal 1339 a porre un tabernacolo ad
Or San Michele, deve averlo avuto prima del 1404,
ma come di altri che vi si trovavano, anche di
questo s'ignora la sorte. Soltanto circa al 1420 i
capitani della parte Guelfa allogarono a Dona-
tello il nuovo loro tabernacolo e la statua del pro-
tettore San Lodovico, le quali due opere dove-
vano esser compiute poco dopo il 1423, perchè |
nel maggio di quest'anno si fa per esse un ultimo
stanziamento in fiorini trecento. Essendo la parte
Guelfa più tardi decaduta dalla sua posizione do-
minante, nel 1459 fu obbligata dalla parte popo-
lana che aveva a capo la famiglia Medici, di cedere
il suo pilastro ad Or San Michele all'Università
dei Mercanti (Magistrato de' Sei della Mercanzia)
la quale dopo averne preso possesso nel 1463 pa-
gando un'indennità di centocinquanta fiorini, or-
dinò che si togliesse dal pilastro ogni segno della !
parte Guelfa e si sostituissero i propri, e allo
stesso tempo allogò al Verrocchio il gruppo di
Cristo e San Tommaso, il quale vi fu collocato j

Archivio storico dell'Arte - Aimo VII, Fase. Ili,

il 21 giugno 1843 (secondo il Diario di Luca Lan-
ducci — il 20 dicembre 148(5 secondo il France-
schini che non indica la fonte per questa data).
Con questi ragguagli cavati da documenti si ret-
tificano non solo le favole che Vasari inventò a
questo proposito (III, p. 3G2), ma anche parecchie
delle notizie de' suoi recentissimi annotatori; viene
inoltre fissata circa al 1423 la data della statua
di San Lodovico, che finora generalmente fu rite-
nuta posteriore di una ventina d'anni (lo Tschudi
nel suo scritto : Donatello e la critica moderna, To-
rino 1887, fu il solo ad assegnarla all'epoca giusta,
giudicando da criteri di stile). E diviene pure
molto probabile la collaborazione di Michelozzo nel
tabernacolo (come lo Schmarsow aveva indicato
per primo, giudicando dalla somiglianza delle sue
forme architettoniche con quelle di altre creazioni
del maestro), poiché l'opera in discorso fu appunto
eseguita negli anni quando Donatello e Michelozzo
tennero bottega comune. Per spiegare come la
statua sia capitata in Santa Croce, il nostro autore
non ha da produrre testimonianze tolte da docu-
menti; egli soltanto opina non essere impossibile
che la parte Guelfa l'abbia donata ai conventuali
al cui ordine il Santo medesimo aveva appartenuto.

Congedandoci dall'interessantissimo lavoro del-
l'egregio autore, non abbiamo da fargli altro rim-
provero se non quello d'essersi contentato di dare
scarsi estratti dei documenti, da lui per la prima
volta messi a profitto, invece di pubblicarli nel-
l'intiero loro testo e colla precisa indicazione dei
volumi e delle pagine dove sono reperibili.

C. De Fabriczy.

D1' Ludwig Volkmann, Bildische Darstellungen zu Dantes
Divina Commedia bis zum Ausgang der Renaissance.

Leipzig, Breitkopf & Hartel, 1892, p. 65, con due
tavole fototipiche.

L'autore scrivendo questo saggio non aveva
intenzione di trattare per disteso, non che di esau-
rire, il vasto soggetto delle rappresentazioni figu-
rative della Divina Commedia; egli non voleva
far altro che orientare il lettore in questo campo
quasi illimitato. Avendo, perciò, detto poche pa-
role sulle relazioni del gran poeta colle belle arti
in generale, e toccata la raffigurazione della sua
propria persona nelle illustrazioni dell'immortale
suo poema, entra nel suo argomento coll'affermare
la grandissima importanza, riguardo al soggetto

io
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