Archivio storico dell'arte — 7.1894

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CRONACA ARTISTICA CONTEMPORANEA

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l'insieme ha povera armonia. L'autore ha voluto
che vi dominasse un tinta di sangue ; e ciò è ben
concepito, poiché, traendo profitto dal rosso del-
l'abito dei galeotti, si accenna senza sofisticheria
alla loro indole sanguinaria. Questo mezzo d'espres-
sione è certo eminentemente pittorico ; ma nel qua-
dro del Montefusco non è pittoresco. Tutti quei rossi
sono deboli; pare che l'artista, dopo avere imma-
ginato la frase dominante del colore, non abbia
osato svolgerla in tutta la sua potenza, l'abbia
anzi smorzata e scemata affinchè gliene riuscisse
meno difficile l'armonizzazione. Intendo eh' egli
abbia voluto dare un ambiente freddo, miserrimo,
illuminato di luce scialba ; ma non intendo che per
ottenere un' intonazione fosca, una macchia di co-
lore atroce, si debba impoverire la tavolozza. Il
pittore trae l'armonia così da una scena gioconda,
come da una scena cupa; la differenza consiste
nell' avere un' effetto armonico giocondo o cupo.
Il carattere pittorico d'un'opera non nasce da un
difetto. La cupezza della scena d'ergastolo può e
deve possedere la bellezza che può e deve posse-
dere la giocondità di una scena idilliaca o trion-
fale. Chi guarda l'opera d'arte, soffre nel primo
caso, gode nel secondo, per il concetto ; ma gode
ugualmente per il valore dell'opera d'arte in sè
medesima, valore indipendente dal concetto, cioè
dal tema interpretato. Il più lieto quadro del Rubens
e il più torvo quadro di Rembrandt offrono lo
stesso piacere estetico, sia pur quello un Bacca-
nale e questo una Lezione d'anatomia.

Chi dal Museo industriale, dov' è esposta la
tela del Montefusco, passa immediatamente al-
l' Istituto di belle arti, dov' è quella dello Scinti,
ha da meravigliarsi dell'enorme dissomiglianza che
vaneggia tra i due lavori. Quanto l'impressione
della prima è stenta, quasi malaticcia, tanto l'altra
è facile e lieta. Sarebbe assurdo se volessi trarre
da ciò un paragone. Per quanto io creda che la
bellezza intrinseca d'un' opera d'arte dipenda poco
o punto dal soggetto, pure non vorrei trascurare
quel che il soggetto per sè stesso suggerisce e ciò
che ne emana. L'unico elemento di paragone in
questa prima impressione dei due quadri lo trovo
nell'effetto della tecnica. Veramente il pennello di
Giuseppe Sciuti è il più facile, il più franco che
si possa immaginare. La tela, che occupa l'intera
parete di fondo dell'ampio salone, sembra dipinta
in una sola giornata. Orbene, qui è il maggior

pregio e qui è il maggior difetto di questo largo
creatore di scene elleniche e romane ; egli dà al
primo sguardo un' illusione mirabile, e dà poi al-
l' attento esame disinganni non meno rilevanti.
Poco importa che in Restauratio aerarli sia rispet-
tata o manomessa l'archeologia, se innanzi al qua-
dro così l'invenzione architettonica come le sin-
gole trovate dei particolari costumi ci offrono un
; insieme organico ; poco importa che la Roma re-
pubblicana non fosse tale quale lo Sciuti la dipinge,
se abbiamo ora per così dire la sensazione d'una
realtà storica.

Nè con questo vorrei asserire che l'artista
odierno possa, come quello d' altri tempi, trascu-
rare ogni ammonimento d'etnografia e d'archeolo-
gia ; mi parrebbe anzi tanto leggero escludere affatto
una genuina collaborazione scientifica nell' opera
d'arte moderna, quanto mi parrebbe ingiusto rim-
proverarne la deficenza a gli antichi, a coloro cioè
che non possedevano la suppellettile di cognizioni
oggi trasfusa nel patrimonio intellettuale comune.
Ma nei quadri dello Sciuti l'anacronismo può esser
trovato da uno studioso d'archeologia, non dal pub-
blico, e intendo il pubblico eletto, abbastanza colto.
Vi può esser dunque questa o quella menda per
la scienza, non un errore d'arte. Egli ha il senso,
o meglio l'estro pittorico dell'ellenismo e della ro-
manità nella scena corani populo, come L. Alma
Tadema lo ha nella scena intima. Egli vede in-
somma e ritrae dalla sua chiara visione una Grecia
o una Roma che gli archeologi potranno discutere,
criticare, cogliere in fallo per minuti anacroni-
smi, ma che porge un' illusione generale di ve-
rità, appunto perchè è creazione organica e spon-
tanea.

Ho citato l'Alma Tadema; or è notevole che

10 Sciuti, come il gran pittore fiammingo, abbia la
facoltà di rendere con straordinaria efficacia i due
fattori principali dell'ambiente : l'edificio e l'aria.
Nel suo quadro la stanza dove si registrano i doni,

11 cortile che s'intravede in fondo, il caseggiato
che si scorge di là dal cortile pajono veramente
costruiti di pietra, hanno spazio e solidità. L'aria
vi circola.

V'è a sinistra, in primo piano, una lunetta vuota,
dal sottarco bianco che incornicia un lembo di
cielo pallido, anch'esso quasi bianco, dove si sente
la saldezza del muro e la vacuità dell'aria, otte-
nute con la massima parsimonia di tavolozza.

Ciò che difetta in questo quadro, dove pure ci
son tante figure umane, è appunto l'uomo ; poiché
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