Archivio storico dell'arte — 7.1894

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EGIDIO CALZINI

tonio, che è tutt'una con l'altra consimile dal Palmezzano dipinta nel ricordato affresco,
oggi in Pinacoteca, al n. 118.

Se non che, malgrado quanto si è detto, dobbiamo ancora fermarci su questi ultimi
due quadri, e per altra ragione, non meno importante della prima.

Il Casali {Guida di Forlì, 1836, p. 19 e 119) scrive di aver letto nel cartellino di queste due
tavole il nome di certo Marco Valerio Morolini, altro pittore, secondo lui, forlivese, e della
stessa epoca del Palmezzano ; ma in vero ben può dirsi un parto della sua fantasia, per la forte,
incontrastabile ragione che di codesto Morolini nessuno potè mai rintracciarne la nascita
o la morte e, quel che è peggio, nessun altro documento che, anche lontanamente, attesti
della sua esistenza. D'altronde, pur ammettendo che taluno abbia letto, nelle due tavole in
questione, il nome di questo Marco Valerio, ciò che oggi non sarebbe più possibile, perchè
la scritta è affatto scancellata, bisognerebbe attribuirla ad un semplice capriccio d'artista,
senza del resto trovarne una ragione, poiché dallo studio accurato e minuto dei caratteri
che quei due lavori presentano al confronto di altri firmati dal Palmezzano si constata e
la stessa maniera e l'identità dei tipi e d'esecuzione da accusare sempre la mano del
medesimo artista. D'altronde, chi ci assicura che i cartellini non siano stati raschiati e rifatti
poi, falsificandone il nome?

Tuttavia, se tutto ciò non provasse sufficientemente l'errore del Casali, il quale, del
resto, fu il primo e l'unico creatore di questo Morolini, diremo come dal manoscritto 44'2
della Biblioteca comunale, che porta l'intestazione di Catalogo dei quadri esistenti nelle migliori
Gallerie di Forlì, manoscritto anteriore al certo di molti anni alla Guida del Casali, si ha
notizia di questi due quadri. A carte 40, parlando delle pitture in San Mercuriale, l'anonimo
così scrive: Nel terzo (altare) un quadro di singolare vaghezza rappresentante un Crocifisso e
S. Gualberto, opera dipinta sul legno dal Palmeggiani; e a carte 61, parlando della chiesa della
Trinità : Nella Sagrestia. Una vaga opera dipinta in legno rappresentante V Assunzione di M. V.
con altri santi, di Francesco Menzocchi. Incontro a questo si vede altra tavola dipinta in legno
da Marco Palmeggiani, e questa, figura una B. Vergine col Bambino e due santi. A dir vero,
a noi non pareva che per attribuire le due tavole al Palmezzano occorresse altra prova all'in-
fuori del confronto; ma, poiché questa testimonianza viene a confermare il nostro asserto,
abbiamo voluto servircene allo scopo di persuadere, se è possibile, chi legge che nella patria
di Melozzo e Palmezzano, ove questa opinione del Casali intorno all' esistenza del Morolini
da circa mezzo secolo è invalsa e domina ancora nell' animo dei forlivesi, non ha base di
fondamento sicuro, e che perciò sotto il nome di Marco Valerio non si hanno ragionevol-
mente pitture di sorta, per la semplice ragione che costui non è mai esistito.

Ma siccome è provato che il Palmezzano non sempre segnò i lavori col solo proprio
nome, sarebbe lecito supporre che siasi alcuna volta firmato con quello di Marco Valerio
(forse in onore del santo protettore Valeriano) per semplice capriccio, come dicemmo an-
cora, o per ragioni a noi non note, mentre che altre volte, per motivo nobilissimo, usò
di segnarsi persino con quello del Melozzo, compiacendosi d'indicare in tal guisa l'ami-
chevole relazione che lo avvicinava al suo caro maestro. Infatti, affermano il Cavalcasene
ed il Milanesi, e ripete lo Schmarsow, il Palmezzano segna le sue tavole fino al principio
del nuovo secolo colla iscrizione Marchus de Melotius, oppure Marco di Melozzo Palmezzano,
pel quale motivo molti caddero nel doppio errore di credere che Melozzo degli Ambrosi
fosse chiamato col soprannome di Marco, e che i quadri così segnati fossero di Marco
Melozzo e non del Palmezzano. Quindi, a mostrare la insostenibilità di questa opinione,
alla quale solo la patria dei due pittori è ancora attaccata, basti l'accennare come alcune
tavole del Palmezzano, eseguite dopo la morte del maestro, portano ancora la scritta di
Marchus de Melotius, come si legge, ad esempio, in quella di Matelica dipinta dall'allievo
nel 1501, e cioè sette anni dopo la morte del maestro ; così quella contrassegnata col
numero 119 della Pinacoteca forlivese, come un'altra tavoletta dei signori Croppi di Forlì,
di cui, a suo tempo, parleremo.
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