Archivio storico dell'arte — 7.1894

Seite: 333
DOI Heft: 10.11588/diglit.19206.37
DOI Artikel: 10.11588/diglit.19206.38
DOI Seite: 10.11588/diglit.19206#0376
Zitierlink: i
http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/archivio_storico_arte1894/0376
Lizenz: Creative Commons - Namensnennung - Weitergabe unter gleichen Bedingungen
facsimile
LA CHIESA ED IL POETICO DI SAN GIACOMO IN BOLOGNA

333

porta spesso delle vere minuzie sul conto di religiosi eremitani dei secoli precedenti, non
fa alcun cenno dell'architetto del portico. Mentre abbonda in notizie sulle successive co-
struzioni del convento, del portico ricorda solo che fu fatto al tempo del priore Giovanni
Paci. Così dicasi del Ghirardacci, eremitano, e che fu ricercatore indefesso di notizie del
suo ordine. Si noti poi che sarebbe questa la prima volta in cui il Paci si rivelerebbe ar-
chitetto. Giovanni Garzoni al capo XIII della sua Storia Ripana1 lo chiama bensì archi-
tetto e lo annovera perciò tra le glorie di Ripatransone, ma anch'esso si basa unicamente
sulla interpretazione in quel senso della lapide sul portico di San Giacomo.

Concludendo, ci sembra che non possa affermarsi con tutta sicurezza che il priore degli
Eremitani fosse sì valente architetto da produrre un'opera che darebbe gloria al suo nome:
come non può dirsi di no. A noi basta avere espresso il dubbio. Soltanto confronti con
altre opere architettoniche d'altrove e la scoperta di qualche documento imprevisto po-
trebbe risolvere decisamente la questione.

Il portico è composto di trentacinque colonne di macigno scandiate, sostenenti tren-
taquattro archi (v. tav. V). Sopra il primo arco fronteggiante la piazza Rossini sono tre
fìnte nicchie con pitture quattrocentistiche di scuola bolognese raffiguranti la Vergine col
Bambino, San Giacomo e Sant'Agostino. Ogni arco non poggia direttamente sul capitello,
ma, tra ogni capitello e il piedritto, un pulvino (come in Santo Spirito e in San Lorenzo
a Firenze, del Brunellesco che l'adottò pel primo) accresce snellezza ed eleganza all' edi-
fìzio (v. tavole VI e VII).

Intorno agli archi girano fregi in terracotta: più alto, tra l'architrave e la cornice,
un fregio, pure di cotto, adorna tutto il campo del portico. Questa decorazione è così for-
mata: due mezze figure terminanti con volute intrecciate, e sostenenti una conchiglia aperta
entro la quale è di profilo una testa cinta di lauro, si ripetono ogni tanto: sopra le con-
chiglie una fila di cherubini schiudono le alette tra le mensole che reggono l'ultima spor-
genza del cornicione (v. tav. VIII). E lavoro fatto a stampo ed è il più ricco che ci rimanga
di quell' industria bolognese del quattrocento. Neil' esecuzione di questo fregio vi fu chi
ritrovò somiglianza colla tecnica dello Sperandio: maggiore ci sembra la somiglianza con
l'arte di Onofrio Vincenzo, che ha lasciato a Bologna parecchi lavori in terra cotta assai
notevoli.

Vi fu chi volle vedere nella testa ripetuta entro le conchiglie l'effigie di Giovanni II
Bentivoglio, ma basta osservare il ritratto di questi sul pilastro della casa Bellei in via
Galliera per persuadersi che l'asserzione non regge. La testa laurata del portico è invece
uno dei motivi classici introdotti dall'arte innovatrice di quella fine di secolo.

E noto che v'ha grandissima somiglianza, non solamente nella trabeazione, ma anche
nella decorazione che è la stessa, tra il cortile a doppio loggiato del palazzo Bevilacqua in
via d'Azeglio e il portico degli Eremitani di San Giacomo. Quella parte del palazzo fu ese-
guita quando l'edifizio (che era stato incominciato nel 1481 da Nicolò Sanuti giureconsulto)
fu ceduto in permuta a Giovanni II, nel 1484. Le due costruzioni evidentemente palesano
una comune idea direttrice. Osservando l'ornato a figure delle due costruzioni, notasi una
piccola diversità nell'applicazione delle formelle lavorate. Mentre nel cortile del palazzo Be-
vilacqua sono disposte simmetricamente, nel portico di via Zamboni invece le conchiglie non
distano sempre ugualmente tra loro e rispetto agli archi. Non crediamo tuttavia che le for-
melle ornamentali siano state eseguite espressamente pel palazzo privato e poi altre sullo

1 Edita nelle Antichità Picene di Gius. Coltoci. Fermo 1792, tomo XVII (Memorie istoriche della città
di Ripatransone), p. 172.

Archivio storico dell'Arte - Anno VII, Fase. V. 3
loading ...