Archivio storico dell'arte — 7.1894

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MISCELLANEA

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l'impero austriaco. Dagli estratti dei relativi conti
s'imparava che il maestro aveva fornito coni per
talleri, mezzi talleri e per monete di minor valore,
e ch'egli aveva pure eseguito quattro punzoni coi
ritratti dell'imperatore e della sua moglie e con
1' effigie della Madonna sul rovescio, dei quali pun-
zoni egli presentò impronte all'imperatrice stessa,
allora presente a Innspruk. Dopo dne mesi di la-
voro, egli aveva soddisfatto, il 9 di maggio 1506,
al suo incarico. Sulla persona però dell'artefice
nulla si potè chiarire dai detti documenti, essendo
egli in essi indicato soltanto colla denominazione
di coniatore italiano o Italiano. Non era certamente
Ambrogio de Predis, di cui si sa che anch'egli
lavorò per la zecca imperiale, poiché questi sempre
si dice, ed è detto da altri, milanese, mentre il
nostro maestro era da Mantova, e poiché il de
Predis allo stesso tempo, o quasi, era occupato a
Milano a comporre i disegni per una nuova uni-
forme degli arcieri imperiali. Ora, da documenti
testé rinvenuti viene palesata la persona del mae-
stro cercato, che non era altri se non il noto fondi-
tore e medaglista Gian Marco Cavalli. Lo Schneider
pubblica la lettera di comitiva dalli 26 giugno Ì506,
ritrovata da Stefano Davari nell'archivio Gonzaga;
colla quale il detto maestro, che stava per ritor-
nare in patria, dal Governo di Innspruk a nome
dell'imperatore viene caldamente raccomandato al
marchese Francesco di Mantova; pubblica inoltre
tre estratti dai conti dell'archivio di Innspruk, che
si riferiscono a pagamenti fatti, fra il 22 aprile e
il 26 giugno 1506, al medesimo (il cui nome dallo
scrivano tedesco fu tramutato falsamente in Gian
Marco de Canalis). Chiudendo il suo articolo, lo
Schneider, ritornando al disegno di Venezia, non
esita di riconoscervi un'opera del Cavalli; lo di-
chiara esibire non gli schizzi fatti dietro la natura
da Ambrogio de Predis pe' suoi ritratti dell'impe-
ratore e dell'imperatrice, ma bensì gli studi ese-
guiti dal Cavalli dietro questi ritratti per le mo-
nete da lui coniate a Hall. Essendo l'imperatore,
appunto in quel mentre che il maestro era occu-
pato col suo lavoro, assento in Ungheria, il Cavalli
era costretto di attenersi, quanto alla riproduzione
del suo ritratto, strettamente alla pittura del de
Predis (ossia allo schizzo ch'egli stesso ne aveva
copiato), circostanza che spiega la stretta analogia
e somiglianza fra quest'ultima e l'effigie dell'im-
peratore sulle monete in discorso. Riguardo l'ef-
figie dell'imperatrice, invece, il nostro artefice non
era ridotto alla sola imitazione dello schizzo che

aveva fatto dietro un ritratto, poiché l'imperatrice,
come abbiamo veduto, era presente a Innspruk,
ed egli avrà avuto occasione di esserle presentato,
se non in altra, certo nella sua qualità di compa-
triota, della qual circostanza egli approfittò per la
riproduzione delle sue fattezze, cambiando alquanto,
e, diciamolo pure, in favore della rappresentata, il
modello che gli aveva offerto il ritratto, fatto ben
tredici anni prima dal de Predis.

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Anche i due recentissimi volumi della magni-
fica rivista, corredata abbondantemente di splen-
dide riproduzioni, che, sotto il titolo di Oraphischen
Kiinste, si pubblica dalla Società per le arti ripro-
duttive a Vienna, recano, ognun volume almeno
un contributo che spetta all'arte italiana. Nel vo-
lume XV (1892; il dottor W. Bode, in un articolo
intitolato ; Die Bilder italienischer Meister in der
Gallerie des Ftir sten Liechtenstein in Wien, tratta
dei quadri più cospicui di origine italiana conser-
vati in quella raccolta, non solo la più ricca, in
quanto al pregio e al numero delle opere, di tutte
le raccolte private di Vienna, ma anche quella che
comprende fra tutte il maggior numero di pitture
delle diverse scuole italiane. La prima di cui il
Bode parla più particolareggiatamente è un ri-
tratto di giovane donna (n. 32), attribuito a Leo-
nardo da Vinci, attribuzione che a lui pare af-
fatto giustificata. Egli lo schiera fra le opere
eseguite dal giovane pittore nello studio del suo
maestro Verrocchio, con cui continuò a stare per
più d'un lustro anche dopo che, nel 1472, si era
matricolato all'arte de' medici e speziali (alla quale
appartenevano pure i pittori). Come alcune altre
opere di Leonardo eseguite a quell'epoca, anche il
piccolo ritratto in discorso rivela un' affinità stretta
coi lavori del suo maestro. Il Bode dimostra, dal
costume della donna ritratta e dal modo dell'ac-
conciatura dei capelli essere essa dipinta non prima
del 1470 e non dopo il 1490, e con questo argo-
mento solo già rifiuta l'opinione che la vorrebbe
attribuire a Ridolfo Ghirlandaio o al Boltraffio.
Addita poi all'affinità straordinaria fra il nostro
ritratto e il noto busto in marmo del Verrocchio
nel Museo Nazionale di Firenze, raffigurante una
donna con un mazzo di fiori nella sinistra stretta
al seno, per fissare che il ritratto in discorso senza
alcun dubbio appartiene a uno degli allievi del
Verrocchio. E che questo non può essere altro se
non Leonardo, il Bode lo prova confrontando da
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