Archivio storico dell'arte — 7.1894

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MISCELLANEA

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che per primo ci offre una copia del capolavoro
del seducente maestro vercellese.

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* *

Per non stancare affatto l'attenzione, e per non
esaurire la pazienza del benevolo lettore con questa
ormai tanto prolungata rivista, fa d'uopo limitarci
a pochi cenni riguardo agli articoli del voi. XVI del
Mepertorium far Kunstwissenschaft, che entrano nel-
l'argomento di essa. Incontriamovi per prima uno
stiidio del prof. H. Woelfflin dal titolo : Die antiken
Triumphbogen in Italien (gli antichi archi trionfali
in Italia), studio ch'egli qualifica da " saggio della
storia dell'evoluzione dell'architettura romana e
della sua relazione a quella del Rinascimento. „
Investigando particolareggiatamente i più cospicui
ed insigni monumenti di questo genere dagli an-
teriori (Arco di Rimini e di Aosta) fino ai più
recenti (Arco di Settimio Severo e di Gallieno)
egli arriva alla conclusione che, come nell'evolu-
zione dell'architettura del Rinascimento ci si pre-
senta uno stile nascente, uno maturo e uno deca-
dente (nella fraseologia tedesca questi tre gradi
dell'evoluzione stilistica si distinguono colle deno-
minazioni di : Frilìvrenaissance, Hochrenaissance e
Spiitrenaissance o Barocco) ; così anche nell'evolu-
zione dello stile degli archi trionfali romani tro-
viamo la stessa gradazione, e, per conseguenza,
potremo concludere essere stata analoga anche la
evoluzione intiera dell'architettura romana. E ciò
che rende tanto istruttivo ed interessante il pa-
rallelismo fra quest' ultima e l'architettura del Ri-
nascimento in Italia, è appunto la circostanza che
tutte e due adoperano lo stesso apparato di forme.
Del resto l'autore non crede di avere esaurito con
questo suo saggio che si limita a una specialità, il
soggetto vastissimo, anzi egli vorrebbe che qualcun
altro prendesse a trattarlo e a svolgerlo comple-
tamente su una base di comparazione, che compren-
desse tutte le manifestazioni del genio architetto-
nico dell'una e dell'altra epoca.

Il signor E. Jacobsen in un suo contributo in-
titolato : Plaketten ìm Museo Correr zu Venediij
(Placchette del Museo Correr a Venezia) si è ac-
cinto di supplire a una lacuna da lungo sentita e
compianta da tutti gli amici dell'arte, descrivendo
partitamente le placchette della raccolta in que-
stione, uno dei più preziosi tesori di essa, del
(inaie uè il catalogo del Lazari, molto meritevole
al tempo della sua pubblicazione (1859), ma che
oggidì non corrisponde più allo stato attuale delle

cognizioni, nè il libro del Molinier (Les Plaquettes,
catalogne raisonné. Paris, L886), che non aveva fatto
menzione se non di pochissime delle placchette del
Museo Correr, avevano steso l'elenco completo. Ora
il lavoro coscienzioso del Jacobsen ci fornisco mia
guida sicura allo studio almeno di questa parte
delle collezioni riunite al Fondaco dei Turchi,
mentre aspettiamo con impazienza il loro catalogo
intiero dall'attuale custode del Museo Correr, il
cav. Bertoldi.

Il prof. A. Schmarsow, in un articolo intito-
lato : Die Cappella dell'Assùnta ini Doni zìi Prato,
tratta distesamente degli affreschi che adornano
la prima cappella a destra di quella del coro (nel
senso di chi guarda) nella cattedrale di Prato. Il
Milanesi (Vasari, edizione Sanzoni I, 609, n. 3) li
aveva attribuiti, senza alcun fondamento conclu-
dente, a Tommaso del Mazza ; il (Inasti, scambian-
doli con quelli della cappella a sinistra del coro,
a Niccolò e Lorenzo Gerini ; il Baldanzi negando
la tradizione che li dava ad Antonio Vite da Pi-
stoia, allievo dello Stamina, vi vedeva la mano
di due pittori appartenenti già al Quattrocento,
benché ora seguano le orme dei successori di
Giotto, ora se ne discostino per tentare una nuova
via ; il Crowe e il Cavalcaseli infine vi distin-
guono pure due pittori : un maestro rozzo della
prima metà del Quattrocento, la cui maniera ram-
menta quella dei lavori attribuiti al Vite (affreschi
nella già chiesa di Sant'Antonio Abbate a Pistoia),
ed un secondo di molto maggior eccellenza, ma
intorno alla cui persona essi non si spiegano se
non molto vagamente, ammettendo che potrebbe
essere stato lo Stamina. Al secondo dei pittori
in questione, dietro l'opinione dello Schmarsow
alquanto differente da quella degli eruditi testé
ricordati, si debbono attribuire gli affreschi della
volta (mezze figure della Fede, della Carità, Spe-
ranza e Fortezza), quelli sull'imbotte dell'arco con
cui la cappella si apre verso la croce della chiesa
(quattro figure intiere di santi), la figura di San
Jacopo da Todi oggi custodita nella sala del ca-
pitolo, ma che originariamente doveva esser col-
locata sulla parete del fondo della cappella ac-
canto alla finestra, e. finalmente, sulle duo pareti
laterali le rappresentazioni delle due lunette (la
Disputazione di Santo Stefano davanti alla sinagoga
e la nascita di Maria Vergine), e quella sotto la
lunetta della parte destra (la Presentazione al
tempio): mentre la terza scena di questa parete
(lo Sposalizio) e le due sotto la lunetta della pa-
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