Archivio storico dell'arte — 7.1894

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della mano di lui, cioè: del palazzo Benincasa, della facciata della loggia dei Mercanti, e
dell.' porte di San Francesco delle Scale e di Sant'Agostino. Quelle Loro croniche però erano
rimaste inedite, e giacevano ascose, e fors'anco dimenticate, nella polvere degli archivi
delle rispettive loro private famiglie. Passate più tardi, non so precisare il quando, in
quello municipale, ivi pure giacquero quasi a mo' di sepolte, sino a che, nel 1870, alla com-
pilata dal Bernabei fu dato 1' onore della stampa, diniegato finora all' altra del Ferretti.

Infrattanto le Vite dei pittori, scultori ed architettori, compilate da Giorgio Vasari ed
impresse due volte nel secolo istesso in cui il Ferretti compose la detta sua cronica, e
moltiplicate quindi in più altre edizioni copiosissime di esemplari, ricercati non meno dagli
amatori dell'artistica erudizione, che dai filologi e letterati, spacciarono ai quattro venti
per autore, così della loggia dei Mercanti, come della porta di Sant'Agostino (pur tacendo
dell'artefice dell'altra di San Francesco, nè punto rammentando il palazzo Benincasa), un
Moccio da Siena.

Uscirono poi nel 1675, stampate in Roma dal Tinassi, le Notitie Mstoriche della città
di Ancona, estese da Giuliano Saracini, il quale, mentre tolse a Moccio la detta loggia,
donolla all'anconitano Giovanni Sodo ed insieme al bolognese Pellegrino Tibaldi, affer-
mando che il Sodo la cominciò e la condusse sino alle prime finestre, e che il Tibaldi
nel 1450 (sic) la prese a finire, ma non la compì, avvegnaché, il tetto fu poscia fatto dal
Sodo: e, citato a sproposito il Vasari, che, secondo ho avvertito, aveva dato la porta di
Sant'Agostino per lavoro di Moccio, gli fe' dire che fosse di Duccio.

Susseguì Filippo Baldinucci colle sue Notizie dei professori del disegno, dedicate nel
1G81 al duca di Toscana Cosimo III; e, col ripetere in buona fede la fanfaluca messa fuori
dal Vasari, maggiormente la ribadì e più largamente la divulgò.

Indi peggio ancora si addiportò il Felibien, col creare appositamente un Moccio di
Arezzo, tanto per appropriare magari a un fantasma la porta di San Francesco.

Allorquando il palazzo Benincasa maledettamente fu deturpato coli' innalzarlo di un
piano per istile dal suo originale affatto diverso e, oltre ogni credere, discordante, e col
toglierne i colonnini e i trafori delle arcuate superbe finestre bifore, per formarne altre
rettangolari assai più piccole e per sè medesime affatto disadorne entro gli elegantissimi
contorni di esse, convien dire che nessuno più sapesse da quali mani fossero usciti i di-
segni di così magnifico edificio e i modelli di così vaghe decorazioni.

Persino il P. Michele Buglioni, che, colla sua Istoria del convento di San Francesco
dell'Ordine dei Minori di Ancona, ivi impressa nel 1795 pei tipi del Ferri, rivendicò a Giorgio
il vanto di aver composta la porta della chiesa, che a quel convento allora tuttavia appar-
teneva, non s' avvisò di restituirgli quella di Sant'Agostino ; che anzi, nettamente la disse
fatta da Muzio (sic) senese scultore, correndo Vanno 1490.

E, cosa inver curiosa ! il conte Alessandro Maggiori da Fermo, autore anonimo del-
l'opuscolo intestato Le pitture, sculture e architetture della città di Ancona, ed ivi impresso
nel 1821 da Arcangelo Sartori, sebbene osservasse non potersi credere la porta di San-
t'Agostino fatta nel 1490 da Moccio, dappoiché lo si sapeva vissuto fin circa alla prima
metà del secolo a quello antecedente; ciò nonostante s'incaponì a sentenziarla per onni-
namente di Moccio. E strano ancor più apparisce il modo dallo stesso conte tenuto nel
riprendere in quel libretto il Bottari, che aveva asserito la loggia dei Mercanti essere
stata rifatta di pianta da Pellegrino Tibaldi. Ecco le sue parole : Chi pertanto volesse star-
sene a lui (al Bottari) par che ora dovesse credere che questa facciata la quale, oltre che
è gotica, è di vecchio stile e diffidi Incoro, provenisse dall'opera o dal disegno del Tibaldi:
mentre essa è certo quella medesima che li propria mano vi fece Moccio circa il mezzo
del quattordicesimo secolo (e. altri dicono Giorgio da Selenico, dopo compiuto il grandioso
e contiguo palazzo di Dionigio Benincasa) ristorata bensì e ridotta a diversa forma in alcune
parti. La parentesi, tra cui il medesimo conte racchiuse ne] qui riportato periodo il nome
di Giorgio da Sebenico, non mostra certo essere stata convinzione di lui che Giorgio
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