Archivio storico dell'arte — 7.1894

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attendere ad altre sue fabbriche per la durata di due
o tre mesi ancora. Non si sa lino a qual punto lo
stesso Nicolò portasse innanzi l'opera del duomo sur-
ripetuto, die, nel 1491 pervenne al compimento delle
quattro arcate sulle quali riposa la cupola, nel 1493
alla line della cornice che sostiene il tetto e, presso
al 1500, alla chiusura della cupola, sulla quale non
trovasi nè iscrizione, ne arme di alcun vescovo o
conte che ne indichi, almeno approssimativamente,
la data. Sino al 1° di maggio del 1517, in cui, per
costruire ivi due cappelle, si obbligò un tal Barto-
lomeo quondam Giacomo da Mestre, il quale, non
prima del gennaio del 1523, apparisce col titolo di
capomastro, di nessun altro architetto succeduto a
Nicolò trovasi fatta menzione. Al suddetto Barto-
lomeo, in qualità egualmente di capomastro del me-
desimo duomo, successe il figliuolo di lui Giacomo
nel 1528 (secondo ne avvisa il Fosco, dal cui libro
ricavo pure tutte queste altre notizie) probabil-
mente nel 1521 fu compiuto il maggiore occhialone
della facciata dello stesso edificio. Nel 22 gennaio
del 1536, a finirne il frontale sopra la porta mag-
giore, fu assunto il lapicida Giovanni Masticevich
da Zara. Ai 3 di dicembre dell'anno medesimo ebbe
termine il lavoro esterno di esso duomo, coli'appo-
sizione dell'ultima pietra sulla volta maggiore al
di sopra della sua porta ; ma seguitossene ancora
l'interno. Nel 1547 Francesco da Padova intraprese
la riduzione di 350 pietre per formarne il pavimento ;
nè in tutto se ne vide ultimata la fabbrica se non
nel 1555, ai 29 aprile del quale anno solennemente
fu consecrato.

Il Fosco ha creduto ricordarne altresì: il primo
organo fatto nel 1562 ; l'altare del Sacramento posto
di fronte al seggio vescovile nel 1595 ; il pulpito e
gli armadi della Sagristia costruiti da Girolamo
Mondella nel 1624; l'altare maggiore lavorato circa
il 1640 e il presente tabernacolo di marmo, collocato
sullo stesso altare nel 1711 ; il nuovo organo acqui-
stato e posto durante il 1803 nel coretto, o galleria,
dove pur ora si trova ; i restauri radicali fatti tra
il 1843 e il 1860 dall'ingegnere Paolo Bioni, che morì
nel 1848, e da Volfango Pakler, pur esso ingegnere,
che li assunse nel 1850 e lasciolli nel 1852, non che dal
dott. Pietro Zen veneziano, il quale eseguì il progetto
lasciato dal Bioni di demolire e ricostruire scrupo-
losamente la cupola sullo stesso antico disegno ed
egualmente in lastroni di pietra conformati a limbello
ed innestati nei costoloni, e così pure demolì e rico-
struì tutti quanti i tetti ai quali die termine nel 1856 ;
la riapertura al culto di esso duomo fatta nel 1860 ;
il disegno di un nuovo campanile pel medesimo deli-
neato nel 1882 dal Bergmann ed approvato dal Go-
verno austriaco; il nuovo pavimento fatto in detto
Duomo nel 1888; la demolizione della sua antica torre
campanaria effettuata nel 1889; il cambiamento delle

vetriate nella finestra posta sopra la porta della fac-
ciata e nel grande occhialone del Duomo medesimo
operatosi nel 1890 ; infine il nuovo disegno del cam-
panile dato dal professor Hauser.

Però, più che sulle notizie dei fatti teste accennati
ed accaduti dopo il 1555, i quali, ad eccezione della
demolizione e ricostruzione della cupola e dei tetti,
non hanno se non indirettissima relazione coll'opera
di Giorgio, intendo richiamare l'attenzione di chi
vorrà leggere questo mio scritto su quanto sto per
soggiungere nella presente nota di pienamente ri-
guardante l'opera stessa, per la quale Sebenico an-
derà sempre, a buona ragione, orgogliosa.

La sua costruzione, la quale costò circa ottanta-
mila zecchini (L. 936,320) misura all' interno m. 38.50
per lungo e in. 14.18 per largo : di questa larghezza
presso che una metà serve alla nave maggiore alta
m. 19.50, mentre le minori sollevansi non più che
m. 7.75. La cupola, il cui diametro interno è di m. 8,
dal piano della piazza alla cima, ne misura fino
a 32. Le gallerie sovrastanti le volte delle navi mi-
nori, elevansi da esse, colle proprie volte a quarto
di circolo, sino a m. 2.50, e prendono luce dall'in-
terno della nave maggiore mediante le intercapedini-
di una specie di balaustra composta di quadrellotti di
pietra, che è similissima ai poggioli del palazzo de
Mula in Murano ed alla quale fa da base la prima
cornice a larghi fogliami che ricorre in direzione
orizzontale sugli archi acuti della nave medesima.
Tali gallerie non sono praticate dal popolo, perchè
mancanti delle scale per ascendervi, sebbene appa-
riscano originariamente destinate ad uso di matro-
neo. La parte che nella nave maggiore s'innalza dal
detto cornicione fino al suo tetto semicircolare, com-
presa la mentovata balaustra, ha tutto l'aspetto di
opera fatta da un artista del Rinascimento. E per
vero : le sue lesène dotate di basi e capitelli e le sue
finestre piuttosto lunghe, che, spiccandosi rettango-
lari, finiscono in cima arcuate, indicano la maniera
di un maestro fiorentino anziché veneto ; onde par-
rebbe aggiudicabile piuttosto al menzionato Nicolò
di Giovanni che non a Giorgio.

A prevenire però siffatta opinione ed a combat-
terla direttamente si sono adoperati già colla stampa
due artisti assai autorevoli, cioè, lo Jachson ed il
Melani. Ecco le parole del primo, riferite pure dal
Fosco: " Giorgio arrivò (intendasi a Sebenico) coi primi
movimenti del Rinascimento incipiente che già gli
lavoravano nel suo cervello, e, rigettando i progetti
gotici del suo predecessore (Antonio dalle Massegne),
incominciò il coro e la struttura superiore della cat-
tedrale nella nuova maniera. Il suo lavoro è curio-
samente ecclettico ; alla colonna ed alle trabeazioni
classiche combina i trafori delle finestre gotiche;
ma andando innanzi, l'elemento gotico vien sempre
più a mancare, finche il suo stile si avvicina a quello
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