Archivio storico dell'arte — 7.1894

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474 EGIDIO CALZINI

l'aiuto dei potenti, od altro; ma nel caso nostro la lunga e laboriosa vita del Palmezzano
va immune da qualunque dubbiezza. Dotato di un alto sentimento di bontà e di delica-
tezza, egli sortì da natura, insieme all' indole sua dolce e tranquilla, un amore intenso per
lo studio e per il lavoro. Della fortuna non ebbe i favori, se si eccettua quello, grandis-
simo, d' incontrarsi col suo grande concittadino e maestro ; nè dei potenti godette la pro-
tezione. Se il nome suo uscì dall'ordinario e seppe rendersi chiaro fra gli artisti del tempo,

10 si deve, più che al suo talento, al desiderio vivissimo di bene apprendere l'arte predi-
letta, e ad una operosità straordinaria, la quale non ha riscontro nella storia artistica
romagnola.

Marco Palmezzano non fu certamente un ingegno precoce ; nella sua giovinezza non
si presenta con un carattere personale ; è un quattrocentista incerto e senza forme proprie,

11 quale segue la maniera dei pittori più vicini a lui e a preferenza quella degli artisti
ferraresi. Con quei maestri infatti, sin dalle prime opere mostra certe identità di forme e
di colore, nel quale del resto riesce subito valente. Fu dopo al 1480 ch'egli subì l'influsso
del Melozzo, incominciando allora per lui la fase più bella, più alta della sua vita arti-
stica. Ma trascorsi una diecina d'anni dalla morte del maestro, l'allievo più non mostra
l'ardore che quegli gli infondeva, e incomincia a declinare. Sparita la luce che, del maestro,
gli era rimasta negli occhi, così come rimane sulla retina V impressione d'un effetto luminoso,
gli era venuta meno la guida sapiente, sicura, è vero ; ma non è giusto asserire che la
decadenza in lui si manifestasse sempre più forte. Non infrequenti anzi sono i lampi del
suo talento anche dopo la morte del Melozzo. Lo provammo già a suo luogo parlando delle
pitture appartenenti al secolo xvi. La sua tavolozza semplice, vivacissima, specie negli abiti
e nel paese luminoso, è sempre attraente, caratteristica anche da vecchio. E difficile che
dopo quasi quattro secoli, pitture d'altra mano possano mantenersi con tanta solidità e
freschezza di colore. Le composizioni sue del Cinquecento, se non presentano molta varietà,
rivelano però un senso di delicatezza squisito per la esecuzione; l'artista non vi appalesa
una grande intelligenza, ma vi si mostra sempre scrupoloso, monotono se vuoisi, ma dili-
gente e accurato. Il caro allievo non ebbe il tratto ardito e sciolto del maestro : i tocchi del
suo pennello, egli, li nasconde sotto una gradevole fusione di colori lucenti, spesso rag-
giunta con velature ripetute, pazienti. E sempre l'arte del Quattrocento che noi vediamo
in lui: l'artista del buon Quattrocento che vegeta in pieno secolo xvi.

Del lavoro ebbe la febbre, ma non visse in fretta : l'abito della temperanza, le consue-
tudini sue pacifiche, l'indole sua gentile, serena, lo condussero agli 82 anni. Guardiamolo
nel suo ritratto : simpatico vecchio sorridente ! Chi non vi scorge il modello della sanità,
della dolcezza e della modestia?

Più laborioso che fecondo, fu sopratutto, ed essenzialmente, pittore religioso. Tutte le
tavole e gli affreschi suoi rappresentano soggetti sacri; egli predilesse l'arte cristiana, a' suoi
tempi la sola in voga, scevra d'ogni tendenza pagana.

La sua scuola? Non è inverosimile ch'egli avesse imitatori più che discepoli, come a
noi pare di vedere dalle opere di quel Giov. Battista Bosetti che debolmente gli somiglia,
e da quel poco che ci rimane di Bartolomeo da Forlì, che il Francia aveva già notato

Palmezzani, ma la non continuità degli artisti in
quella casa ci ha l'atto desistere dal pensiero; non
trovandolo necessario in uno studio come questo,
che si limita alla ricerca e alla descrizione delle
opere di Marco.

Lo stemma della nobile famiglia de' Palmezzani
consiste in uno scudo diviso in due parti uguali,
orizzontalmente : nella inferiore è il campo verde e
nella superiore, nel mezzo, un'aquila nera in campo

d'oro, con due palmette verdi, l'una a destra e l'altra
a sinistra. Quando avremo aggiunto che Maria di
Giorgio, moglie di Marco, mori secondo alcuni
nel 1531, e secondo altri nel 1533, e che i tìgli Fa-
brizio e Pamfìlo (quesf ultimo si sposò Bernardina
Fabri di Bertinoro) sopravvissero ai genitori, avremo
detto quanto v' è di certo, biograficamente, nella vita
del vecchio pittore e dei suoi figli.
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