Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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G6 IGINO BENVENUTO SUPINO

nostro artista:1 confessiamo piuttosto che la parte architettonica del pergamo, con tutte
quelle statue, che alla lor volta sorreggono altre statue, doveva bastare per non attribuire a
Giovanni così barocco e inconcepibile accozzo.

r

XI.

Del resto, non aveva punto bisogno il nostro artista di tutto quell'ammasso di sculture
per far bella e apprezzata l'opera sua. Chi costruiva con tanta semplicità e grandiosità di
linee architettoniche il monumentale Camposanto, chi scolpiva quelle immagini di Arergini
di una purezza e di una grazia veramente incantevoli, raggiunte cou mezzi tanto semplici,
non poteva pensare a un miscuglio di cose, tanto disparate fra loro per sentimento e per
tecnica, nel sostegno del pulpito della maggior chiesa pisana.

E se per compiere quest'opera d'arte, resa pur come noi vogliamo più semplice, l'artista
ha occupato tanti anni, non bisogna dimenticare che si vuole dagli storici che, appunto tra
il 1303 e il 1311 ei lavorasse a Perugia, nella chiesa di San Domenico, il monumento eretto a
Benedetto XI: del qua! lavoro, sebbene sia da ascriversi agli scolari più che al maestro, come
scrissero i signori Cavalcasene e Crowe, a lui si deve certo il disegno. Del resto, che al
pulpito di Pisa non attendesse con quello zelo che sarebbe stato desiderato dai concitta-
dini, risulta dal fatto che per assicurarsi fosse il lavoro condotto a compimento, il potestà
e gli anziani promisero di mantenere, e mantennero infatti, Giovanni a capomaestro del-
l'Opera: e questo nel 1306. E chi può dirci poi quanti altri mai lavori abbia egli com-
piuto nel corso di questi anni, che i documenti non ci dicono, o che l'invido tempo ci ha
impedito di ammirare? Questo del pulpito pisano è certo, per comune giudizio, fra i suoi
più importanti; e poiché noi diamo, con pochi e approssimativi segni, una riproduzione del
monumento quale abbiam dimostrato dovesse essere appena uscito dalle mani di Giovanni,
ci pare opportuno di avvertire che per questa nostra ricostruzione abbiam voluto servirci
solo dei pezzi rimasti, mentre più di due potevano essere i leoni a sostegno delle colonne
(evvi certi marzocchi d'intaglio di marmo, scrive infatti lo storico citato), alcuni dei quali
furono dispersi o distrutti forse nell'epoca infelice in cui certe opere erano con dispregio
guardate.

Ma degni dello scultore pisano sono i pezzi che ci rimangono. Il leone che ha sotto le
zampe il cavallo morto, è bello nell'espressione della forza, con la testa alta e le fauci spa-
lancate; è vero nella struttura e nell'evidenza del sentimento, naturalmente riprodotto, l'ani-
male morto, dall'occhio spento e sperso entro la palpebra socchiusa e dalle zampe rannic-
chiate! Nelle figure di Apostoli o Profeti, che servir dovevano di decorazione fra uno specchio
e l'altro del pulpito, che larghezza di linee, che forza di espressione e quanto carattere! Ma
rimangono gli specchi, con le varie rappresentazioni della vita di Cristo, a dimostrare che
Giovanni non era invecchiato, e che conservava integro l'alto valore suo e la potenza arti-
stica di mente e di esecuzione.

La Tergine distesa, la quale alza col volto sorridente il velo che copre il Bambino, è
una figura spirante grazia e sentimento incantevoli! Non più la solita effigie delle statue an-
tiche, più o meno sapientemente riprodotta, rivive in questa immagine; ma una vera testa di
donna, di giovine madre, lieta dell'avvenimento che 1' ha sorpresa, e che si compiace soave-
mente e si allieta nell'ammirazione del frutto delle sue viscere immacolate. Il corpo si disegna
per le studiate e naturali pieghe della veste, il seno par che palpiti e frema sotto la tunica,
le inani gentili e fini si delineano delicatamente fra le pieghe del manto; è questa una
figura veramente umana e moderna per interpretazione di naturai sentimento, è una rive-
lazione di abilità, di potenza artistica somma! E pur conservando il movimento e l'atteg-

1 Mùntz, Les précurseurs de la Renaissance, p. 16.
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