Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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COSTANZA JOCELYN FFOULKES

non fanno se non aumentare i nostri dubbi. Ma, come già si è osservato, è l'unico quadro
che dà indizi di avvicinarsi al maestro. Di più non sapremmo dire; dappoiché non riescono
a persuaderci neppure gli argomenti svariati, estrinseci ed intrinseci, addotti dal signor
Berenson in favore di Giorgione stesso.

Yi è pure un ritratto (n. 15) nella prima sala, nella quale molti critici vogliono rav-
visare.la mano di Giorgione. Non è certo scevro di un certo incanto giorgionesco; il con-
cetto è lino, unito ad una grande semplicità e ad una grande malinconia poetica, ma a
noi almeno si presenta in uno stato troppo rovinato da permettere un giudizio sicuro. Tutte
le altre attribuzioni a Giorgione, nella Galleria, non possono essere prese sul serio; di alcuni
capi, come sono, per esempio, i numeri 29, 82, 275, non vale la pena di discorrere. Se vi ha
un'eccezione da fare si è per un piccolo disegno prestato dal duca di Devónshire, che già
Vedemmo riprodotto nel secondo volume degli Studi critici del Morelli a pag. 292 (edizione
tedesca), dove è raffigurata entro un ambiente di stile prettamente veneto la decapitazione
di un Santo. Il n. 91, benché non abbia niente a che fare con Giorgione, è sempre cosa
interessante. Yenne indicato quale ritratto di una giovane professoressa di Bologna, ma c'è
per lo meno da dubitare se rappresenti davvero una donna, oppure un giovanotto dall'aspetto
un po' femminile (fig. 9a). La mano pare di certo troppo piccola e delicata per essere una mano
maschile; il tipo del viso, la maniera di fare, i capelli invece paiono piuttosto maschili. Che
avesse ad essere un professore di anatomia pare unicamente fondato sul fatto che la persona
rappresentata posa la mano sopra una testa di morto, emblema però che tante volte incontriamo
nelle pitture come simbolo della fralezza della vita umana. Tuttavia, già da anni porta questo
appellativo, e il ritratto è assai rinomato. Sono anche quasi unanimi i critici nell'attribuirlo
a Bernardino Licinio. Se è suo, come varrebbe ad accennarlo di per sè la forma della
mano, è senza dubbio il più bello, il più fine e il più armonioso ritratto che abbiamo di lui,
superiore persino al suo ritratto firmato della Galleria Nazionale.

Yuolsi pure di lui da taluno, benché di ben altro periodo della sua vita artistica, il
ritratto n. 191, che, secondo il Catalogo, rappresenta un oratore presunto della famiglia
dei Medici, di mano di Sebastiano del Piombo! Per conto nostro sarebbe piuttosto da clas-
sificare fra i fiorentini del tempo del Bronzino.

Il n. 94 merita di essere nominato per la curiosa circostanza, che nella mostra di Bur-
lington House (l'Accademia Reale) si trova quasi la stessa figura in una gran tavola di
mano del senese Beccafumi. Rappresentano tutti e due Europa rapita dal toro; il concetto,
il colorito, tutto insomma si scosta da Giorgione, ed apparentemente spetta ad un'epoca di
molto posteriore alla sua.

YI.

Dappoiché Giorgione ci ha condotti avanti un po' troppo presto, ci è giuocoforza ora
tornare indietro alquanto per prendere in esame innanzi tutto i quadri attribuiti ad An-
tonello da Messina. Fra questi vuol essere considerato un certo capo, che è una rivela-
zione. Intendiamo un piccolo busto di Cristo coronato di spine, di spettanza della Galleria
di sir Francis Cook a Richmond. Opera meravigliosa per la perfezione della sua tecnica
esecuzione, unita ad un sentimento profondo che la rende altamente commovente, non
ostante lo spiccato realismo, nessun nome d'autore, in presenza della stessa, doveva trovarsi
più plausibile di quello del celebre pittore messinese. Se non che il dottor G. Frizzoni,
trovandosi in Inghilterra nella scorsa estate, ebbe ad avvertire che il confronto di questo
quadro con quello analogo, che dalla Galleria Manfrin già da anni è passato all'Accademia di
Belle Arti a Yenezia, firmato Antonellus Messaneus yinxit, fa risaltare la superiorità dell'esem-
plare Cook, a segno da dover far pensare che vada collocato ad un livello artistico alquanto
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