Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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GUSTAVO FUIZZONI

un vero uomo d'armi del tempo: giubba e calzoni attillati, neri, maglia di ferro scoperta
sulle braccia; tutto eseguito colla evidenza e l'efficacia propria del ritrattista per eccellenza.
Quanto al tempo cui va assegnato questo dipinto crediamo non andare errati ritenendo che
sia quello della così detta prima maniera del pittore, da porsi fra il 1550 e il 60, ossia
della sua maniera rossiccia, ch'egli riesci a raffinare più tardi, adottando un colorito più
delicato, accompagnato da maggiore penetrazione psicologica. Se si volessero addurre
esempi analoghi fra noi, il gentiluomo indicato si potrebbe opportunamente collocare accanto
ai ritratti a figure intere di casa Moroni a Bergamo e dell'Ambrosiana a Milano, di Galleria
degli Uffizi in Firenze.

Una lacuna sensibile nella Galleria Nazionale inglese, in mezzo alla larga e splendida
serie di dipinti della scuola veneta, è quella che si avverte per la mancanza assoluta di
ritratti di quell'interprete geniale delle apparizioni personali che fu il Tintoretto. Per questo
rispetto Londra può invidiare Yienna, la quale nella sua Galleria Imperiale, largamente
fornita pur essa di opere dei grandi coloristi veneti, porge parecchie effigi delle più ma-
gistrali di Iacopo Robusti.

Nonostante le tre tele di soggetti storici ed allegorici di lui nella Galleria di Londra lo
rappresentano a dovere, quand'anco si abbia a convenire che a conoscerlo adeguatamente
convenga andar a ricercarlo in patria. Quella acquistata da ultimo, nel 1890, non è l'ultima
a rivelare la vivace fantasia dell'autore. Il soggetto è ricavato dal mito dell'origine della
Via Lattea. Giove scendendo dall'alto porge fra le sue braccia il fanciullo Ercole a Giunone,
la quale sta levandosi dal suo letto circondata da amorini. Il latte che si sprigiona dal
seno di lei si risolve nella costellazione, nota col nome della Yia Lattea. A canto alle divi-
nità vedonsi i loro attributi, il pavone e l'aquila colle saette fra gli artigli. Soggetto fan-
tastico da ispirare non meno i pittori che i poeti.

i

Toscani ed altri: Duccio di Buoninsegna, Bronzino, antico veronese.

Osservazioni del signor C. Phillips.

Altre novità si trovano nel riparto della pittura toscana. Risalendo agli antichi Sanesi,
eccoci davanti ad una tavoletta rappresentante la Trasfigurazione. È un dono pregevole di
un privato (per quanto si veda sciupato nella parte inferiore), proveniente dall'antesignano
dell'antica scuola di Siena, Duccio di Buoninsegna. La celebrità del nome suo, come si sa,
ò legata essenzialmente alla grande sua opera, costituente un vasto ciclo illustrativo della
Vita di N. S. fatta per decorare l'aitar maggiore del patrio duomo, poi tolta di là allorché
l'altare fu rifatto su nuovo disegno nel 1506. Circostanza codesta funesta alla conservazione
integrale dell'opera, avendosi oggidì ad avvertire che alcune delle tavolette numerose onde
si componeva la pala ne furono distrutte e vendute. Una di queste (un' Annunciazione) la
possiede già da anni la stessa National Gallery, un'altra la Pinacoteca reale di Berlino (una
Natività con due figure di Profeti ai lati). Opere meravigliose per severità di concetto, il
quale si fa strada dovunque, nonostante l'involucro della forma, rude e rigida, come quella
che si era conservata conforme alle tradizioni dell'arte bizantina.

Alla raccolta dei quadri, per la maggior parte di scuola fiorentina, riuniti nella mag-
giore sala toscana, se ne è aggiunto un altro degno di nota, dal 1890 in poi. Mentre
andrebbe ulteriormente vagliata l'attribuzione al Bronzino di taluno dei ritratti quivi esposti,
a buon diritto lo porta l'effigie di Piero de' Medici (detto il gottoso), figlio di Cosimo padre
della patria. Non occorre osservare che non potè essere ricavato dall'originale direttamente,
ma solo da altro ritratto più antico, contemporaneo al personaggio rappresentato, e il nostro
pensiero in proposito non può se non ricorrere al busto in marmo, opera, salvo errore, di
Mino da Fiesole, ora visibile nel piano superiore del Museo Nazionale al Bargello a Firenze.
Nel dipinto, di cui la Galleria va debitrice al legato di un benemerito compatriotta, l'autore
si condusse col suo consueto fare nitido e distinto in ogni particolare. Piero, dal viso gonfio
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