Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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IL GRANDE PROSPETTO DI VENEZIA

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(come è scritto a grandi lettere nel mezzo della laguna) che è qui rappresentata, e con felice
simbolismo si vede Nettuno sul dorso d'un dell'ino, che brandisce il suo tridente e domina
la città del mare.

Se non si getta sulla veduta che uno sguardo fuggevole, si crede d'aver dinanzi Venezia
odierna; solo dopo un confronto minuzioso si riconosce che i quattro secoli non sono trascorsi
senza traccia, ma hanno lasciato diversi cambiamenti nella fìsonomia della città.

Il palazzo dei Dogi vi si trova come oggigiorno, ma manca il Ponte dei Sospiri, come
pure la prigione, al posto della quale sorgeva allora un edificio di stile gotico.

Le poderose colonne antiche con San Teodoro e il Leone di San Marco ornavano la
Piazzetta allora come adesso; ma invece della splendida Libreria Sansovino si vede un altro
edificio, poco interessante, ne c'è alcuna traccia della Loggetta al di fuori del campanile.
Il campanile stesso è molto differente dalla struttura odierna. Come fu sopra osservato, esso
termina in forma piatta; manca l'elegante piano superiore con la torre appuntata a foggia
di piramide. Anche la facciata meridionale della chiesa di San Marco offre un aspetto dif-
ferente dall'attuale. Sulla piazza di San Marco si trova la Casa dell'Orologio tra le Antiche
Procurazioni, appunto come oggigiorno. Ma sul lato meridionale non si scorgono le nuove
Procurazioni del Sansovino e dello Scamozzi, e in luogo della Fabbrica nuova, eseguita da
Napoleone i, si vede superbamente adergersi la chiesa di San Gemignano, ora distrutta. Anche
lungo il Canal Grande si nota la mancanza d'alcuni ben noti lineamenti. Il Dogano non
ha l'aspetto elegante che ha ora; la pomposa chiesa di Maria della Salute non era ancora
sorta, quale splendido monumento della decadenza del gusto artistico, e il Ponte di Ivialto
con fatica si stende, appoggiato a pali, dall'una sponda all'altra del Canale.

Ora è affatto certo che fu Jacopo de' Barberi l'autore di questo lavoro o del disegno
relativo? La commissione era stata fatta da Antonio Kolb, mercante di Norimberga. Nella
sua domanda alla Signoria (pubblicata dal Cicogna, Delle iscrizioni veneziane, IV, p. 699)
egli chiede un privilegio: libertà di dazio e d'esportazione in tutte le parti dallo Stato veneto.
Kolb ottenne questo privilegio il 30 ottobre 1500, ma in nessuno di questi documenti occorre
il nome di Barberi o di Walch. 11 caduceo si trova bensì in questa tavola e nella mano
di Mercurio, ma ciò non significa nulla qui.

In un prospetto sopra Venezia, Mercurio è a suo posto appunto come Nettuno, e il
distintivo di Mercurio è il caduceo. Quando Lermolieff (Kunstkr itiseli e Studien. Die Gal. in
Miinchen und Dresden, p. 265) lamenta di non poter decidere, se Barberi si sia servito della
verga di Mercurio come monogramma già prima di pubblicare la sua grande incisione dello
Stato di Venezia, bisogna notare che egli non ne ha usato come monogramma neppure per
quest'opera.

In una lettera che Dtirer diresse da Venezia a Wilibald Pirkheimer il 7 febbraio 1506,
egli comincia dall'esprimere la sua sorpresa per il fatto, che ciò che gli era piaciuto 11 anni
prima, lo lasci ora freddo, e aggiunge: «Io vi faccio sapere, che qui ci sono molto migliori
pittori di questo maestro Jacopo; ma Antonio Kolb giurava, che non vivesse miglior pittore
sulla terra di questo Jacopo».1

E prosegue dicendo « che a Venezia si rideva della cosa e si pensava che se Maestro
Jacopo fosse un pittóre così eccellente, non sarebbe partito ».

Vuol egli alludere con ciò a Jacopo de' Barberi, già tanto ammirato, e che ora non
riesce più a piacergli? Questo dev'esser tuttavia posto in dubbio, come tra poco vedremo.

Dalla lettera però risulta indiscutibilmente, che Antonio Kolb ha conosciuto un maestro
Jacopo. Che questo sia maestro Jacopo de' Barberi sembra molto probabile, e specialmente
s'accorderebbe colla circostanza, che questo era partito durante il secondo soggiorno di Dtirer:
ma non si può ritenere per affatto sicuro. Nel « Monogrammisten » di Nagler, III, § 769, si

1 « Awch las ich evvch wissen, daz vii pesser Moler thoni Kolb schwer ein eit es lebte kein pessrer Moler
hie sirici, wi der dawsen Meister Jacob ist, abor An- awff erden den Jacob ». (F. Campe, Reliquien, p. 32).
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