Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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RECENSIONI

specialmente da' carteggi di agenti, ambasciadori
ed altri, ma anche dalle opere storiche e da appo-
siti scritti possono raccogliersi circa l'origine e lo
sviluppo della scena teatrale in Italia fin allo scorcio
del Cinquecento. Dopo qualche pagina d'introdu-
zione sulla scena delle sacre rappresentazioni, e sul
risorgimento del dramma classico dovuto a Pom-
ponio Leto ed a P]rcole I di Ferrara, l'autore, nel
primo capitolo della sua memoria, ci mostra nella
sua evoluzione storica, e con riguardo speciale al
suo addobbamento artistico, la scena su cui alle
corti di Ferrara, Mantova, Milano, Urbino e a Roma
furono rappresentati i drammi di Terenzio, Plauto,
Seneca, come pure quelli composti da autori mo-
derni dietro loro modello. Sul principio non era
l'aspetto d'una scena magnificamente apparecchiata
coli'aiuto dell'architettura e della pittura che at-
traeva anzitutto la curiosità degli spettatori, ma
erano specialmente gli intermezzi rappresentati ne-
gli intervalli dei singoli atti, che spesso diventavano
la cosa principale, e che consistevano in raffigura-
zioni allegoriche o mitologiche, accompagnate da
canti o da musica istrumentale; in danze dette
« Moresche », eseguite nella maniera degli odierni
balli di amorini, guerrieri, satiri, ninfe, ecc., fanta-
sticamente addobbati. L'apparato scenico in prin-
cipio rammentava ancora in molti rispetti quello
usato nelle sacre rappresentazioni del medio evo,
e la parte delle arti figurative nel suo adornamento
era minima. Fu la rappresentazione della Cassarla
dell'Ariosto nel carnevale 1508 a Ferrara che, giu-
dicando dalla descrizione fattane da Bern. Prospero
alla marchesa Isabella d'Este-Gonzaga, per primo
metteva innanzi agli occhi degli spettatori l'imma-
gine della scena moderna, ideata, secondo lo stesso
testimonio, dal pittore Peregrino da San Daniele,
che dal 1508 al 1518 si trova impiegato in qualità
di decoratore alla corte estense. Peccato che le
fonti storiche ci lascino nel buio circa lo sviluppo
ulteriore della decorazione scenica a Ferrara, a cui
presiedevano artisti del valore di Dosso Dossi.

Scarsissime sono finora le notizie sulla parte che
le arti figurative ebbero nell' evoluzione del teatro
a Mantova, e quindi non ò possibile di abbozzarne
la storia della decorazione teatrale. Ma dall'es-
sere stati adoperati in essa artisti come il Man-
tegna e Giulio Romano, ci mostra in che alto grado
doveva essere coltivata alla corte dei Gonzaga,
tanto propensa a ogni manifestazione artistica.
Era pure a Mantova che nel 1549 fu costruito il
primo edifizio destinato alle rappresentazioni dram-

matiche. Meno ancora si sa di quest' ultime alla
corte tanto fastosa di Lodovico il Moro. Ma se tro-
viamo occupato Leonardo da Vinci all'invenzione
dei congegni e dell'apparato scenico in generale per
un dramma del Bellincioni, ciò basta a persuaderci
della loro eccellenza meccanica e artistica. Sulle
rappresentazioni sceniche a Urbino non possediamo
finora notizie particolareggiate se non del breve
spazio di nove anni (1504 al 1513), ma fra esse si
trova la nota lettera del Castiglione al Conte Ca-
nossa sulla prima rappresentazione della Calandria
del Bibbiena ai 6 di febbraio 1513, che ci dà ras?-

) O

guagli sulla decorazione della scena, più partico-
lareggiati di ogni altra relazione sincrona. Da essa
si impara che la scena figurava una città ideale,
eseguita probabilmente da Girol. Genga, con tutti
i mezzi della pittura, scultura, e anzitutto della
prospettiva, per renderne quasi perfetta l'illusione.

A Roma, il risorgimento delle pubbliche rappre-
sentazioni di drammi classici si connette coi nomi
dell'umanista Sulpizio da Yeroli e del cardinale
Raffaello Riario. Sotto il pontificato di Innocen-
zo Vili, una tragedia di Seneca preceduta da un
prologo di Sulpizio fu rappresentata prima pubbli-
camente sul Foro, e poi ripetuta innanzi al papa
in Castel S. Angelo, e una seconda volta nel cor-
tile del palazzo del cardinale. La scena pare essere
stata costruita a guisa di quella usata nelle sacre
rappresentazioni del medio evo. Non si sa nulla su
essa negli apparati delle feste celebrate sotto Ales-
sandro VI. In quelle invece che Giulio II appa-
recchiava nel 1510 in onore di Fr. Maria della
Rovere e di Eleonora Gonzaga, la scena era già
costruita e addobbata alla moderna, e ciò sappiamo
da qualche ragguaglio delle scarse relazioni che ci
sono pervenute. Ne possediamo all'incontro molte
e ben particolareggiate sulle feste di questa sorta
sotto il pontificato di Leone X, come — per non
ricordarne che la più magnifica e suntuosa —
quella celebrata ai 13 e 14 settembre 1513 in oc-
casione del conferimento della cittadinanza romana
a Giuliano de'Medici sul Campidoglio, in un teatro
costruito allo scopo da Messer Pier Possello, come
lo nomina M. A. Altieri nella sua relazione, ma che
secondo l'avviso del nostro autore era piuttosto
quel Pietro Rossello fiorentino, che il Vasari dice
amico di Michelangelo e sotto Giulio II occupato
col Bramante nel Vaticano (III, 192, e VI, 150).
None dunque ammissibile, secondo l'opinione del
Flechsig, l'asserzione del Vasari che, cioè, Bald.
Peruzzi sia stato l'inventore di tutto l'apparato
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