Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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scenico, e non soltanto l'esecutore delle pitture con
cui la scena era decorata. Però sappiamo che il
Peruzzi eseguì simili apparati, e ne abbiamo, oltre
le descrizioni del suo biografo, alcuni disegni nella
raccolta degli Uffizi. Che anche Raffaello abbia
progettato decorazioni di tal fatta si apprende da
una lettera di Alf. Paolucci al duca Alfonso di
Ferrara, in cui egli descrive la rappresentazione
dei Suppositi dell'Ariosto fatta il G marzo 1519
al Vaticano. Ma disgraziatamente lo scrittore non
parla se non generalmente dei pregi artistici della
scena su cui era raffigurata la città di Ferrara,
senza dirci in che essa si sia distinta da altre simili.
Di una rappresentazione fatta nel 1531, all'occa-
sione delle nozze di un Cesarmi con una Colonna,
abbiamo la relazione dell'ambasciadore manto-
vano, e tre disegni della scena, probabilmente dalla
mano di Ant. da Sangallo il giovine, nella raccolta
degli Uffizi. Al tempo di Paolo III poi, secondo
quanto narra il Yasari (VI, 445), Aristotile da
Sangallo ideò scene teatrali, il cui merito egli non
si stanca di esaltare, per Ruberto Strozzi e pel
cardinale Farnese. L'ultima manifestazione in que-
sto genere, innanzi che il rigore della controrifoma
mettesse fine al teatro, erano le rappresentazioni
dell'Anguillara nel palazzo Colonna a SS. Apostoli,
per cui Batt. Franco e Bart. Ammannati fornirono
1' apparato scenico (Vas. VI, 583). Erano queste le
prime per cui si riscoteva un prezzo d'entrata.

Nel seguente capitolo l'autore, sulla scorta del
testo e dei disegni illustrativi della «Architettura»
del Serlio, tratta del sistema dell'apparato della
scena moderna e della sua relazione con quella delle
sacre rappresentazioni del medio evo. Vantandosi
il Serlio di essere scolaro del Peruzzi, l'autore sup-
pone giustamente ch'egli abbia seguito appunto in
questo genere dell'applicazione delle arti figurative
il suo maestro, che sul principio del Cinquecento
ne era il rappresentante principale, e che perciò
nella sua descrizione possediamo pure un ritratto
fedele della maniera del Peruzzi. La differenza poi
fra la scena moderna e quella medioevale con-
siste nell'aver quest'ultima cercato di conseguire
il più alto grado di realtà, in che essa riuscì be-
nissimo, giacché facendosi le sue rappresentazioni
sotto il cielo aperto, non fu ristretta dalle esigenze
della località; mentre la scena moderna non vuol
esser altro se non l'ambiente ideale pel dramma
raffigurato. Essendo essa limitata nello spazio, l'ar-
tefice, anzitutto, per conseguire l'effetto voluto, deve
ricorrere ai mezzi della prospettiva per soddisfare

alle esigenze artistiche degli spettatori. Questa,
quindi, diviene perciò quasi l'elemento principale
della decorazione della scena moderna, la quale,
come si desume da quanto or ora fu detto, è una
creazione affatto nuova e particolare, indipendente
dalla scena medioevale, e non una evoluzione di
essa.

Nell'ultimo capitolo l'autore cerca di rispon-
dere alla domanda: chi sia stato il creatore della
moderna decorazione teatrale. Mette in dubbio la
notizia del Prospero, secondo la quale il merito si
darebbe al pittore Pellegrino, perchè su quanto
conosciamo della sua attività e delle sue opere
stesse non possiamo fondar l'opinione ch'egli fosse
in special modo intendente di prospettiva. Inclina
quindi di crederlo soltanto esecutore del progetto
altrui, probabilmente d'uno degli architetti che la-
voravano per la corte di Ferrara. Dubita pure che
la recita della Cassarla nel 1508 sia stata la prima
dove fu adoperata la scena moderna; anzi gli pare
che questa a Roma debba essere esistita già prima,
e domandandosi a quali degli artisti ivi occupati
sul principio del Cinquecento si possa attribuirne
l'invenzione, arriva ai nomi del Peruzzi, del Genga
e del Bramante. Che il Peruzzi sia stato eccellente
in lavori di tal fatta, ce lo racconta il Vasari, e

10 stesso narra pure che il Genga nel 1509 da
Roma fu chiamato a Urbino per far gli apparati
per le recite sceniche all'occasione delle nozze del
duca Fr. Maria. Avrà quindi, aggiunge il nostro
autore, prima esercitato quell'arte a Roma. Ora,

11 Peruzzi e il Genga erano ambedue in relazione
col Bramante, e 'da chi altro avrebbero essi potuto
imparare l'arte nuova se non dal loro maestro, la
cui universalità lo predestinava quasi a questa in-
venzione? Fu egli, del resto, il primo ad intro-
durre effetti di prospettiva nell' architettura (coro
di S. Satiro, progetto pel tempietto di S. Pietro in
Molitorio), e sotto il suo nome, benché soltanto
proveniente dalla sua scuola, si ha una incisione
in rame in cui l'autore ravvisa una decorazione
scenica. Per quanto plausibile sia la supposizione
del Flechsig, però dobbiamo osservare che raffigu-
razioni simili riferibili alla decorazione della scena
drammatica, molto anteriori a quella da lui citata,
esistono in parecchie tavole di pittori fiorentini
dello scorcio del Quattrocento. Ne adduciamo per
esempio il quadro del Botticelli nella collezione di
Lord Asliburnham, raffigurante la morte di Lucrezia,
che ci pare proprio essere l'imitazione, o piuttosto
la riproduzione d'una scena d'un dramma (vedine la
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