Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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144 CAMILLO BOITO

orafi entro a due formelle dell'architettura nel bassorilievo figurante il miracolo del Cuor
dell'avaro, le quali porgono realmente i nomi d'un Piero, di un Bartolommeo et suorum,
e d'un Antonio di Giovanni de Se..., clie il Gonzati legge Senis, con et suorum al di sotto.
Ora il Gonzati dice: — Ecco, questi sono i discepoli del gran maestro, che eseguirono il
Uissorilievo. — E il Selvatico nella Guida, e tutti gli altri dopo il Gonzati, accettarono la
deduzione, finché venne, poco fa, un critico, a cui non piace vedere lucciole per lanterne,
e dimostrò che quelle epigrafi non vogliono significare altro che lettere o parole poste colà
a far figura di due epitaffi sepolcrali. Discepoli no, infatti, perchè i Quaderni dell'Arca non
ne parlano; e sarebbe dall'altro canto una novità poco spiegabile, che i garzoni avessero
mostrato la baldanza di mettere nell'opera, ideata e composta senza dubbio dal maestro, i
loro nomi oscuri. Non sono ignoti invece i nomi di Pietro d'Alessandro da Parma, di Bar-
tolommeo da Bologna, di Antonio di Giovanni orevexi, che lavoravano, con altri compagni,
precisamente in quegli anni nei reliquiari destinati alla basilica del Santo. Chi lo sa? forse
gli allievi di Donatello, tra i quali Giacomo orevexe so garzon, ardivano mettere in burletta,
scrivendoli così a guisa di epigrafi mortuarie, i nomi di quegli orefici, artisti di vecchio
stile, che non appartenevano alla celebrata bottega.

Non è a stupire che a Donatello occorressero acquanti aiuti, sol che avesse dovuto, in
poco più di sei anni, modellare, fondere, pulire, inargentare, dorare le opere dell'altare ed
eseguire la colossale statua equestre del Gattamelata; ma, senza fermarci alla storiella del
San Sebastiano di legno, ne a quella della Nostra Donna ricavata nel cantone d'un pezzo
di marmo vecchio, raccontate dal Yasari, nè al cavallo di legname fatto per i. conti Capo-
dilista, ci sembra certo che Donato, già celebre prima di partire da Firenze, e tanto am-
mirato in Padova che, sentendosi rammollir dalle lodi, bramava tornare nella sua patria
a ritemprarsi nel biasimo, conducesse nella bottega sua molti altri bronzi e marmi e figure
di terra e di stucco, secondo la narrazione di messer Giorgio; sicché le opere del maestro
fiorentino erano in questa città infinitissime. Infinitissime non saranno state; ma neppur
quelle soltanto che si vedono adesso in Padova. E già i Quaderni dell'Arca, meglio letti,
dànno notizia sicura di lavori eseguiti per la basilica, fra i quali uno, disgraziatamente,
perduto: un Dio pare de praeda, un Padre eterno di pietra, del quale si tocca il 23 ed
il 26 giugno nell'anno 1449.

Son registrati compensi a Donato per l'opera sua nell'altare et molti altri logi (luoghi),
oppure et altri lavori; ma un lavoro importantissimo viene specificato due volte nelle note
sfuggite al Gonzati. Nel giugno del 1449 pagano a Donatello 285 lire per il detto Dio pare
e insieme per essersi egli adoperato in fare fare quelo antipeto del curo de marmoro, cioè
la fronte o loggia anteriore del coro di marmo; anzi altrove sta scritto più largamente le
faze del coro, le facce del coro o della tribuna. Per esse appare che il sommo artefice si
desse briga di recarsi nelle montagne sopra Bassano a visitarvi le cave di marmo alaba-
strino, come vi andavano altri maestri e, nel marzo dello stesso anno, frate Bartolommeo
da Castegnaro: quelle cave, le quali, ora al tutto abbandonate, furono nel 1449 cagione di
una curiosa corrispondenza fra i Comuni di Vicenza e di Padova.

La tribuna o chiusura del coro è bellissima tuttavia, ma non è più quella del secolo xv,
quale venne descritta confusamente nel 1590 dal padre Valerio Polidoro nelle sue Religiose
memorie. Meglio è guardare ciò che resta di essa: le transenne laterali, fra i gravi piloni
della cupola, che precede il girare del presbiterio e dell'ambulacro. Le vecchie facce, tanto
al di dentro quanto al di fuori, terminavano alla trabeazione, su cui, anziché sorgere gli
archi d'adesso e i parapetti, si alzavano statue isolate e candelabri di pietra. Ora, se non
gli spartimenti e le sagome, certo l'ornato negli ottagoni ed i vasi nelle riquadrature degli
interpilastri, i fogliami delle modanature e degli specchi, le testine alate di angioletti e i
festoni .del fregio superiore, hanno un così vivo sapore donatelliano, che l'azione di lui facil-
mente s'indovinava anche prima della conferma de' documenti. Gran peccato che l'anno 1651
abbia veduto, non senza rimpianto di molti contemporanei, la distruzione della loggia davanti
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