Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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LA RICOMPOSIZLONE DELL'ALTARE DI DONATELLO 147

prese allora il nome di cappella del Sacramento, e perchè nel 1668 tutto i] resto della mac-
china architettonica, imbarocchita sempre più da un artefice milanese, venne alzato sopra
la cantoria, proprio in fondo all'abside, ove chiudeva, con deplorevole aspetto di pesantezza,
tre di quelle snelle e alte arcate, le quali uniscono pittorescamente il presbiterio con il
retrocoro. E le vediamo finalmente libere, grandiose e snelle, perchè Yaltarone, come s'usava
chiamare quel mozzicone enorme dell'altare imbarocchito e scomposto, fu rimosso di là e
trasportato altrove.

Nelle nicchie e sugli acroterii di codesto altarone, immerse nel buio melanconico, sta-
vano sei statue di Donatello: Sant'Antonio e San Francesco alti da terra nove metri, il Cro-
cifìsso dieci, San Daniele e Santa Giustina tredici, la Madonna quindici. « L'altezza stermi-
nata e l'oscurità — avverte Gustavo Frizzoni, al proposito delle sei statue, nella sua eccellente
edizione dell'Anonimo Morelliano — ne rendono affatto invisibili i pregi »: i pregi, che sono
tanto diversi da statua a statua, anzi in una medesima statua, e così paiono alti al signor
Reymond, ch'egli esclama: « Statues admirables de simplicité, de noblesse et de sentiment ».
E soggiunge che la testa di San Francesco è « l'oeuvre maitresse de Donatello et cornine

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son testament artistique ». Non intendo veramente perchè abbia da essere il suo testamento;
ma certo è un legato di lui ai posteri, perchè vedano come la più schietta imitazione del
vero possa elevarsi all'ideale. Comunque sia, queste sei figure, ora che si vedono bene e
più ancora quando si vedranno meglio al loro posto sopra l'aitar maggiore, a quanti discorsi
di critici e di artisti, a quante ammirazioni e censure daranno la stura!

Altre due statue della stessa grandezza, due vescovi, San Lodovico e San Prosdocimo,
stavano a disagio sugli angusti zoccoli dei piedistalli estremi nell'aitar maggiore barocco;
nella mensa del quale s'acconciavano, in mezzo, lo sportello del Ciborio, avente ai lati due
bassorilievi dei Miracoli, poi quattro Angioletti, mentre altri quattro rimanevano nel pro-
spetto e nel fianco dei piedistalli predetti. Gli ultimi quattro Angioletti, gli altri due Mira-
coli e la Pietà con i due putti piangenti si vedevano nella mensa d'un altro altare, entro
alla cappella del Sacramento. I Simboli degli Evangelisti figuravano, due per parte, nella
chiusura del coro. Finalmente la Deposizione giaceva in così fìtte tenebre sulla porta della
cantoria dietro il coro, che per vederla bisognava accendere la candela o il moccolo, e se-
guire via via i contorni delle figure, a rischio di affumicarle.

Le trentuna opere c'erano tutte, è vero; ma come spostate, come strampalatamente col-
locate! Non bastava che le statue non si potessero vedere: alcuni Angioletti si scorgevano
solamente in iscorto; i bassorilievi dei Miracoli, di cui l'orizzonte prospettico è molto basso,
dovevano essere guardati dal di sopra all'ingiù; il Ciborio, invece di star sulla mensa, stava
accanto ai piedi. Sconcezze, gridava il padre Gonzati, sconcezze che si deplorano, è vero, da
tutti; ma nulla intanto si fa per correggerle, mentre pur si potrebbe.

III.

Si può certamente, e senza gravi difficoltà, sebbene a prima giunta il quesito sembri
mancare di alcuni dati necessari a risolverlo.

Tediamo. Innanzi tutto l'essenziale c'è, cioè le sculture; poiché l'intento, ripeto, deve
ragionevolmente essere questo: non di rifare l'altare di Donatello tale e quale, che non si
saprebbe, ma di collocare tutte le opere statuarie nel loro giusto punto prospettico, ripro-
ducendo per esse la composizione generale ideata dal maestro sublime. Per ottenere un così
degno e pratico fine non ci aiutano i documenti sincroni, ma ci soccorre una descrizione:
quella del già mentovato Anonimo Morelliano, un ignoto amatore veneto di cose d'arte,
forse il patrizio Marcantonio Michiel, il quale scriveva per sè nella prima metà del Cinque-
cento, guardando quadri e statue, e del quale il manoscritto venne ritrovato e pubblicato
l'anno 1800 dal dotto abate Jacopo Morelli, custode della biblioteca Marciana; perciò si dice
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