Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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V

Fra suonatori e cantori, otto con il nimbo, sei senza; alcuni inghirlandati di lauro e
di fiori; tre o quattro con i calzari, i più scalzi; tutti con le ali, ma di penne diverse;
vestiti di tuniche brevi appena allacciate, o farsetti sciolti, o camiciuole volanti, o un lembo
di panno, o niente.

I putti, che non cantano o suonano, ma fanno il chiasso nella cantoria di Firenze e nel
pergamo di Prato, potenti di verità, di vita, d'allegria, non hanno con una tribuna o con
un pulpito nessun nesso morale, nessuna colleganza logica. Sono miracolose opere di sta-
tuaria; non più. Così non è dei putti di Padova, dove il fiero realismo donatelliano, che
in quelle altre ronde di fanciulli esorbita, così da diventare duro e sgarbato, si mitiga, si
rammorbidisce, si nobilita, si alza, senza scemare di naturalezza e di forza; ma, soprattutto,
la composizione, oltre ad essere una stupenda opera di scultura, è una stupenda opera d'arte
per dignità e vigorìa di appropriata espressione. L'unità, in un così umano e successivo
trapasso dall'affanno alla gaiezza, porge, quasi direi, l'impressione di un sonoro crescendo
musicale, incarnato nella gentile natura del bambino, tanto più sincera, impressionabile,
mutabile e rapida di quella dell'uomo.

A prima giunta può parere strano che un così robusto e pieno concetto non sia nato
spontaneo nella fantasia dell'artista ; ma derivasse invece da un errore originario o almeno
da una originaria debolezza. Eppure spesso nelle arti figurative e non di rado nella poesia,
nella letteratura, persino nelle scienze, un parto vigorosissimo nasce per mezzo di un ritorno
dell'artista, del letterato o dello scienziato sopra il proprio lavoro: da certe qualità mediocri o
confuse dell'opera iniziale la ridestata immaginazione sa cavare bellezze o sapienze davvero
inaspettate. Così nell'altare di legno, fatto per demostrar et desegno ali forestieri, stavano
già, sconnessi e spostati, quei germi dell'orchestra, che l'allogazione della Pietà e dei due
ultimi Angioletti ha fecondato in così nuovo modo. Questa è vera opera del genio, che riab-
braccia le parti per ricrearle in un tutto.

Già i critici sottili hanno cercato quali degli Angioletti sieno proprio usciti dalla mano
di Donatello, quali, sotto la direzione del maestro, dalle mani de'suoi più noti discepoli:
a me oggi queste belle elucubrazioni non premono, bastandomi l'onore di rendere pratica-
mente agevole agli studiosi ed agli amatori dell'arte l'esame di tutte le opere, già disperse,
del famoso altare, tanto per ricercarle una ad una nei minuti pregi e nei difetti, quanto
per aggrupparle insieme con l'occhio e col giudizio.

Y.

L'altare, come fu visto dall'Anonimo Morelliano, e come si rivedrà fra poche setti-
mane, presentava e presenterà tre zone orizzontali di sculture.

La prima zona, la più bassa, tutta ad opere di forte aggetto e a figure di media gran-
dezza, priva affatto di linee prospettiche, comprende la Pietà, i dodici Angioletti, i quattro
simboli degli Evangelisti e la Deposizione.

La seconda zona, o intermedia, tutta a rilievi bassi, a figure piccole, a linee architet-
toniche e prospettiche, comprende i quattro Miracoli ed il Ciborio.

La ultima zona, superiore, tutta a statue isolate, grandi quasi quanto il naturale, com-
prende le figure della Madonna e dei Santi.

Così ogni zona serba la sua propria e costante misura e proporzione, il suo proprio e
costante carattere artistico e tecnico.

Ma fra queste opere una ne manca per formare il totale indicato nella tabella della
pagina 146: il Crocifisso.

Maistro Donatelo da Firencie apparisce la prima volta nei documenti dell'Arca al
proposito di questo Cristo in croce, il dì 24 gennaio dell'anno 1444; e ricompare la seconda
volta il 19 giugno, quando pagano lire 21 di cera bianca per fare il crucifiso, cioè per
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