Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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UN'OPERA IGNORATA DI VINCENZO ONOFRI

(Anno 1506)

agli storici dell'arte Vincenzo Onofri è ricordato come
uno dei più abili modellatori bolognesi di terre cotte
della fine del Quattrocento. Le sue opere finora note
sono: la tomba di Cesare Nacci vescovo di Amelia e
vice legato, in San Petronio (1470-80); un Santo Se-
polcro, egualmente in San Petronio, sotto l'organo di
destra; un'ancóna colla Madonna e i santi Lorenzo ed
Eustachio, nella chiesa dei Servi, a figure colorate entro
una prospettiva (1503); un busto di Beroaldo, in San
Martino (1504). E null'altro.

Quando nella primavera decorsa, entrando iu una
antica chiesa, la Madonna del Poggio, presso Persiceto
(provincia di Bologna), notai un monumento sepolcrale
in terra cotta, che campeggia a sinistra sulla parete, e nel quale era ben facile riconoscere
una composizione e lo stile dell'Onofri.

Antonio de Busi, lettore di Decretali, era morto in Bologna li 7 aprile 1503, e la
famiglia, che era delle più ragguardevoli di Persiceto, fecegli quella tomba l'anno 1506
(come è detto nella iscrizione) in Santa Maria del Poggio, di cui il defunto era stato o
patrono o commendatario, e che nel 1494 aveva rinunciato a papa Alessandro VI. Santa Maria
non era allora una squallida chiesuola abbandonata, ma un santuario frequentato. La sem-
plice ed elegante costruzione del secolo xiv, a travatura ed abside poligona, di maniera
gotica, aveva per altro subito, in quei primi anni del secolo xvi, per opera dei Frati Gero-
lamini subentrativi, un infelice ristauro. La si era voltata, e nell'abside, smantellate le ner-
bature, un mediocre e strambo artista, o allora o poco dopo, dipinse diversi santi tutt'attorno,
che ricordano molto da lontano la scuola ferrarese, soffocati da un intrico di ornamenti, di
foglie, di putti, di banderuole, di sigle, il tutto a colori schietti su fondo azzurro. Si direbbero
l'opera di un rozzo miniatore che pretendesse all'immaginazione di Luca Signorelli, o avesse
sentito raccontare, non viste, le novità della Rinascenza.

La solitudine fattasi ben presto nella chiesuola del Poggio ha certamente contribuito
all'integra conservazione della bell'opera di mastro Onofri; e dimenticata affatto dagli scrit-
tori bolognesi di cose d'arte, essa ci ritorna oggi, per così dire, come una grata novità.
La tinta grigia che la ricopre, e per cui da taluno fu ritenuta di marmo, è senza dubbio
recente. Troppo ovvio è supporre che un finimento misto d'oro e colori rialzasse in origine
questa, come tutte le altre nostre antiche opere in terra cotta. Il costume di policromare
la scultura, molto comune durante la primitiva Rinascenza, e di cui le testimonianze sem-
brano moltiplicarsi ad ogni pie sospinto davanti ad un'osservazione più avveduta, era tanto
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