Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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nei fregi e negli zoccoli delle loro opere di bianco marmo, certi rabeschi di candelabre, l'uso
di arricchire le modanature degli stipiti e delle cornici con ornati a poco rilievo e cosi de-
licati che sembrano piuttosto lavoro di cesello che di scalpello, sembrano rivelare tale affi-
nità, quale soltanto può esservi fra un maestro ed un valoroso allievo.

È tuttavia innegabile che non poche sono anche le similitudini del fare del Sanmicheli
con quello di molti valenti scultori del Milanese, che sulla fine del Quattrocento e sul prin-
cipio del Cinquecento lavoravano sia al Duomo di Milano, sia alla Certosa di Pavia, sia
in altri luoghi del Ducato, ad esempio i Solari, i Brioschi, l'Homodeo, il Fusina, i Man-
tegazza, ecc. È dunque anche ammessibile che il nostro artista abbia compiuto il suo tiro-
cinio senz'allontanarsi dalla patria. E quando pure Matteo sia stato in Venezia allievo dei
Lombardi, o dei Bregno, o dei Buon, o d'Antonio Rizzo, che erano fra i migliori scultori
ed architetti che allora fossero in quella città, non per questo la scuola milanese perderebbe
ogni diritto a rivendicarlo per suo, essendoché i Lombardi, il cui vero cognome era Solari,
eran venuti da Carona, i Bregno da Osteno presso Porlezza, i Buon ed il Pizzo dall'agro
di Como. 1 Ciò spiega la notevole affinità di maniera che intercede fra questi maestri ed i
loro coetanei che operavano nello Stato di Milano.

Se non si hanno prove documentali che Matteo abbia imparato l'arte in Yenezia, esiste
almeno un non trascurabile indizio di un suo viaggio nello Stato Veneto. Sulla tomba di
Benvenuto Sangiorgio, da lui, come si vedrà, scolpita ed esistente in San Domenico di
Casale, si legge fra le altre sentenze la seguente: « Debent nec benefacta mori». Ora, in
Verona v'ha un monumento sepolcrale romano così descritto dal Maffei:2 «Ingens arca
Veronae ab antiquo spectata.... Hinc et inde figura alata, quorum altera facem non tenet in-
versam, ut spectari solet». Sovr'esso leggonsi due distici, uno dei quali dice: « Functa
jaces hic, sed vivis vivesque Secundo, 11 Lelia, tuo; debet nec benefacta mori ». Non escludo
la possibilità che Matteo sia venuto in cognizione dei versi scolpiti sulla tomba di Verona
per altra via che per averli letti egli stesso; ma quanto più è probabile ch'egli, essendo ve-
nuto a Verona per visitarvi i parenti, abbia profittato dell'occasione per fare studi sulle an-
tichità romane di cui è così doviziosa quella città, ed abbia copiato sul suo taccuino la sen-
tenza che poi mise sulla sepoltura del Sangiorgio. Aggiunge verosimiglianza alla cosa la
circostanza notata dal Maffei, che la tomba di Lelia era conosciuta « ab antiquo ». E se
Matteo visitò realmente Verona, sarebbe fargli torto il credere ch'egli di là non si sia spinto
sino alla Laguna.

Ma è ormai tempo di parlare delle opere di Matteo Sanmicheli. Comincierò dunque da
quelle di provata autenticità per passar poi a quelle altre che per la loro analogia di stile
colle prime possono con maggiore o minor sicurezza venir attribuite allo stesso artefice.

IV.

Leggesi nella Storia dì Torino del Cibrario:3

«Raccontano le antiche memorie che nel 1453 essendosi dato il sacco alla terra d'Exilles
nella valle d'Oulx, che allora apparteneva al Delfìnato, si trovò un soldato così sacrilego,
che entrato in chiesa die di mano al ciborio che racchiudeva l'ostia consecrata, e affardel-
latolo con altre robe in una valigia, quella pose sur un mulo e si mise in viaggio per alla
volta della Lombardia. Pervenuto a Torino il ladro col mulo, e giunto allato alla chiesa di
San Silvestro, la bestia incespicò e cadde; e per quanto fosse tirata e picchiata, non potè rial-
zarsi. Rottasi frattanto la valigia, apparve il sacro vaso coll'ostia, la quale subitamente si

1 Merzario, I maestri comacini; passim.

■ Museum Veronense; Verona, 1748; pag. clxxiii. —

Cf. anche il Corpus inscritti onum latinarum, voi. V,

parte I, n. 3653.

3 Tomo IT, pag 186.
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