Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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nardino I)e Prato arcivescovo d'Atene che, come il lettore forse ricorderà, nel 1521, a nome
dell'arcivescovo Cibo, concesse ai decurioni di Torino la facoltà di fabbricare l'oratorio in
commemorazione del miracolo. Nelle pratiche che accompagnarono o seguirono quella cori-
cessione il De Prato ebbe certamente occasione di conoscere l'artista che diede poi sì bella
esecuzione all'opera progettata, ed è facile che, avendone ammirato l'ingegno, gli abbia pro-
curato quell'altro lavoro per Chieri, città che quasi poteva chiamar sua patria, essendo egli
nato a Riva di Chieri.

Quest'icona, che prima del 1880 era situata davanti ad un altare nel coro, in occasione
del ristauro o rimaneggiamento del Duomo, fu staccata dal muro senza che si avesse la
precauzione di prender nota del modo in cui erano distribuiti i vari pezzi di essa, i quali
poi giacquero molto tempo in terra, alla rinfusa con marmi provenienti da altre parti della
chiesa. Fu essa ricostrutta esattamente secondo l'ordine originale? Io ne dubito fortemente,
se ho riguardo alla metà inferiore del monumento, la quale si presenta a' miei occhi alquanto
mal impiantata ed incoerente. 1

Darò una prova materiale e, spero, concludente che il mio dubbio non è privo di fon-
damento.

Nella descrizione dell'oratorio di Torino dissi che una delle iscrizioni suona: « flecte
genv, lapis hic venerabilis hospite christo ». E nel tabernacolo di Chieri il listello
che sovrasta alle tre mensole è composto di tre pezzi di marmo; il pezzo di sinistra porta
scritto: «flecte genv»; quello di destra: «hospite xpo », e quello di mezzo è in bianco.
Ma, in tal modo, nè il senso, nè la grammatica corrono, senza parlare della prosodia; sicché
si deve credere che invece del pezzo in bianco in origine vi fosse un altro pezzo con le
parole: «lapis hic venerabilis », come nell'oratorio di Torino. Il verso latino, così com-
pletato e messo immediatamente vicino al ciborio che alberga l'ostia, ha un senso ed è
appropriato; collocato altrove, più nulla significa. Io presumo che di questa inconvenienza
ben s'accorse chi ricostrusse il tabernacolo; ma, non essendogli venuto in mente di mettere
il ciborio contiguo alla scritta, tolse via il pezzo col «lapis hic venerabilis» e lo sostituì
con altro muto, il quale, infatti, ha una tinta notevolmente diversa dal rimanente.

Oltrecciò, il ciborio panni si trovi in posizione troppo elevata da poter servire pratica-
mente, anche tenuto conto che l'icona, quando ancor trovavasi al luogo primitivo, era mu-
rata più in basso.

Il canonico Tommaso Chiuso, nel suo libro La Chiesa in Piemonte,2 emise con modesta
riserva l'ipotesi — ch'ei procurò di corroborare con argomenti d'ordine storico, liturgico
ed artistico — che il tabernacolo di Chieri sia quello stesso che fu costrutto da Antonio da
Beinasco per il vecchio Duomo di Torino tra il 1455 ed il 1459, e che più non potendo
trovar posto nella nuova basilica, sia stato ceduto ad una pia confraternita di Chieri sin
dal secolo xvi.

Il padre Sauna Solaro 3 combattè la supposizione del Chiuso con molti argomenti, dei
quali io non menzionerò che i due soli che mi sembrano buoni, cioè: 1°, che la pretesa
tradizione è inesistente, o per lo meno inconcludente; 2°, che se l'icona di Chieri fosse
stata fatta per il miracolo di Torino, invece di esservi scolpite la lavanda dei piedi e la
istituzione dell'eucarestia, vi sarebbero scene rappresentanti il miracolo.

Ma siffatti argomenti sono affatto superflui. Durante i settantanni all'incirca che tra-
scorsero tra il tempo in cui il Trucchi produsse il suo tabernacolo ed il tempo al quale
appartiene il presente rilievo, ebbe luogo una vera rivoluzione che cambiò completamente
la faccia dell'arte. Qui non si tratta dunque di sottili differenze percettibili soltanto alle poche
persone capaci di distinguere dalle loro opere i vari artisti d'una stessa regione e d'uno stesso
periodo, o di stabilire la cronologia delle opere d'uno stesso artista; qui basta essere iniziato,

1 Anche qualche altro pezzo secondario mi sembra

male situato.

2 Torino, 1887, t. I, pag. 157.

3 Op. cit., pag. 11.
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