Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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310 ALESSANDRO YESME

La porta con gli stipiti di marmo che dal chiostro dà accesso alla sala del Capitolo è
anch'essa opera di Matteo Sanmicheli, e chi vuol convincersene la confronti colla decora-
zione terminale della vicina tomba di Galeazzo. Nel fregio superiore di questa porta vedonsi
in bassorilievo le mezze figure di due santi domenicani e di San Girolamo, quest' ultimo
nell'atteggiamento medesimo che ha la statua sul vertice del sarcofago. Nel campo fra detti
santi corre la leggenda: droyt qvoi qvil soit. In ciascuno dei due sguanci si notano
una targa appesa ad un olivo, con le parole: franciscvs cavacia generalis yicarivs, lo
stemma dei Cavassa (eh'è un ghiozzo posto in banda), un santo domenicano in un ovato
ed una pianta di margherita (allusiva a Margherita di Foix) cui è sovrapposto un sole.

XXI.

Francesco Cavassa non si limitò ad adoperare il Sanmicheli nella cappella di fami-
glia, ma gli commise anche lavori ad ornamento della sua casa in Salnzzo. Questa casa,
che dapprima sembra appartenesse ad un ramo ultrogenito dei signori di Salnzzo, fu dai
due vicari generali ampliata ed arricchita di pitture, sculture ed arredi, come loro suggeriva
il fine gusto del bello e permetteva il ricco patrimonio. Ma ai giorni dello splendore suc-
cedettero senza transizione quelli della desolazione e dell'oscurità. Quando Francesco Cavassa
fu, per ordine del marchese Giovanni Ludovico, tratto in prigione e quindi avvelenato, la
popolazione, che aborriva in lui il più caldo partigiano della marchesa madre e dei Francesi,
ne saccheggiò e per poco non ne bruciò la casa. La fortuna dei Cavassa, che rapidamente
era salita così in alto, dopo quel colpo ricadde nè mai più si risollevò, e la famiglia, dopo
due altri secoli di mediocre esistenza, si spense. Intanto la casa, rispecchiando le sorti dei
suoi proprietari, andava perdendo ogni dì più il suo interesse artistico e volgeva a rovina,
quando un caso felice la trasse inaspettatamente a nuova vita. L'illustre marchese Ema-
nuele d'Azeglio, senatore del Regno ed ambasciatore a Londra, avendo veduto, o meglio
indovinato, come un ben inteso ristauro avrebbe potuto ridarle gran parte dall'aspetto pri-
mitivo, nel 1883 l'acquistò, ed assistito dagl'intelligenti consigli dell'artista comm. Vittorio
Avondo e dell'ingegnere Melchiorre Pulciano, ne intraprese e condusse a buon punto il
ripristinamento, ed allorché morì nel 1890, legò alla città di Saluzzo la detta casa con tutti
i preziosi oggetti d'arte che vi aveva adunati, con obbligo di mantenerla ad uso di museo,
e sempre a disposizione degli artisti e dei visitatori.1

Oggidì nella casa Cavassa vedonsi alcuni lavori di marmo nei quali si riconosce la ma-
niera dello scultore di Porlezza, e che devono perciò esser a lui attribuiti.

Fra essi primeggia per mole e per importanza artistica la monumentale porta di marmo
bianco dell'entrata principale. Degne d'ammirazione sono la profilatura degli stipiti e l'or-
namentazione delle lesene. In queste si nota il vezzo caratteristico del Sanmicheli di ani-
mare i suoi motivi architettonici con ambrogette di marmo di diversi colori. Il finimento,
nel quale spicca lo stemma dei Cavassa s'innalza sino a tagliare la cornice in cotto, che
corrisponde al parapetto delle finestre del primo piano, non essendosi l'artista dato alcun
pensiero di collegare l'arte sua con quella così differente dell'ediflzio.

Le altre sculture in casa Cavassa, che stimo esser fattura del Sanmicheli, sono due
ritratti in bassorilievo.

Uno è quello dello stesso vicario Francesco Cavassa, e fu in questi ultimi anni trovato
per caso in un magazzino del Municipio. Il personaggio vi è rappresentato a mezzo busto,

pete faccia rimuovere le immense guardarobe che na-
scondono ciò che ancor avanza dei dipinti delle pa-
reti.

1 Intorno alla casa Cavassa è da consultarsi Gli

ultimi d'Azeglio, conferenza tenuta in Saluzzo dal ca-
valiere Emilio Borbonese, segretario conservatore del
Museo civico di Torino; Saluzzo, 1891, pag. 42-52.
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