Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 1.1895

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RECENSIONI

presentante la Scuola di S. Marco e la ceremonia
del Giovedì santo, quando il Doge e i suoi addetti
insieme alla confraternita di S. Rocco si recano in
processione alla chiesa di S. Marco a venerare il
sangue miracoloso.

Procedendo oltre, prende a considerare i quadri
nel loro ordine storico. I nomi dei due capiscuola
Gentile e Giovanni non vengono citati se non per
via d'esclusione rispetto a quanto in quelle sale
apparisce. Passando alla scuola viene manifestata
un'idea che ci pare per lo meno un poco ardita
e tale da voler essere ulteriormente vagliata; quella
cioè di aggiudicare senz'altro a un pittore tanto
poco noto quale Morto da Feltre una composizione
di un Concerto, ideato in quattro figure, intente
alla musica, e che nel concetto richiamano un poco
il quadro delle Tre età a' Pitti, quivi aggiudicato a
Lorenzo Lotto. I confronti addotti per giungere
all'accennata attribuzione non ci paiono sufficienti,
tanto più che il dipinto di Ilampton Court appa-
risce assai sciupato e quindi difficile da determi-
narsi. Non ammetteremmo neppure che si possa ri-
tenere quale opera di Giorgione, come vorrebbe il
Catalogo ufficiale, il quale d'altronde fa buon mer-
cato di tanto nome. Una volta nonostante, ma una
sola, pare a noi del pari che alla nostra signora,
possa quel gran nome essere evocato con ragione
anche nella Galleria della regina, qui esaminata,
ed ò a proposito della misteriosa testa e busto di
un pastore che tiene un flauto nella mano destra.

A onor del vero fu il Morelli il primo critico
che si espresse in favore di tale battesimo, per
quanto non senza qualche esitazione, che si trova
motivata in un periodo del suo capitolo concernente
Giorgione nel 2° volume tedesco dei suoi Studi
critici, dove si espresse nei termini seguenti :

« Nella seconda sala della Galleria di Hampton
Court sta appeso sotto il n. 10 un quadro, nel
quale è rappresentato un giovane pastore con un
flauto nello mano; il quadro quivi porta il nome
di Giorgione e nel parer mio non senza ragione.
Se non che, avendolo io veduto con iscarsa luce,
non vorrei farmi garante di simile battesimo ».

Ora che il quadro è meglio esposto e potè pure
essere veduto da vicino nella recente esposizione
veneta di Londra, il Morelli avrebbe certamente
mutato in piena certezza il suo dubbio, e avrebbe
consentito volentieri nell'entusiastica qualifica che
ne fa la signora Logan, dove dice: « Il viso è di
cosi raggiante bellezza, che persino i ritocchi e gli
annerimenti non saprebbero nascondere il bell'ovale,

le squisite proporzioni, il calor dello sguardo, la
dolcezza della bocca, la morbida ondulazione dei
capelli, il felice atteggiamento della testa ». E bene
rileva alla sua volta il signor Bernardo Berenson
nella sua rassegna dei quadri all'esposizione surri-
ferita, le somiglianze fra il grazioso volto del pa-
store e quello della Venere dormiente di Dresda,
dal comune consenso accettata per opera di Gior-
gione. Oltre alla corrispondenza delle fattezze il
Morelli vi avrebbe pure riscontrato altro tratto ca-
ratteristico, ed è quello della forma triangolare
della fronte, che ritrova anche nel Cavaliere di
Malta, nel ritratto del bel giovine ora a Berlino,
nella Madonna di Madrid ed altrove.

Passando a Tiziano, la scrittrice gli afferma due
ritratti, e ne prende occasione per fare una digres-
sione utile intorno a quanto altro di lui si vede
sparso per l'Inghilterra. Prende poscia in esame
gli altri principali Veneti che si trovano rappre-
sentati colà, quali sono il Palma, il Lotto, il Li-
cinio, Savoldo da Brescia, lo Schiavone, il Tinto-
retto, il Veronese, ecc., manifestando molte idee
nuove in proposito. Nominando poi il Cariani, cita
una Venere giacente, non esposta, come una delle
tante imitazioni della già rammentata celebre Ve-
nere di Giorgione, la quale ci fa pensare ad altra
diva della stesso pittore bergamasco che vedesi ora
senza nome aggiunta agli altri quadri a piano ter-
reno della villa Borghese.

Nel secondo capitolo la materia è scarsa, poiché
non si tratta che di una piccola tavola di Marco
d'Oggiono, verso il quale per verità si mostra un
po' troppo severa, qualificandolo senz'altro pel peg-
giore degli scolari di Leonardo e dimenticando un
pregio suo particolare, che consiste nella tecnica
del suo colorito, delle più solide e più perfette si
siano mai adoperate fra gli antichi, per cui i quadri
suoi sono giunti a noi spesso in uno stato di con-
servazione meraviglioso. Della quale circostanza
abbiamo un'attestazione splendida fra altro nel
doppio trittico, segnato del suo nome, entrato a far
parte recentemente della pregevole raccolta del
cavaliere Benigno Crespi di Milano, dove non si
saprebbe se sia da ammirare più la vivezza e la
freschezza delle figure o lo smalto del colorito, lu-
cente quale rubino.

Verrebbe di seguito una Santa Caterina, dalla
scrittrice ritenuta dello stesso Oggiono, mentre il
tipo suo, tanto nel viso, quanto nelle mani e nel-
l'andamento dei panni, accenna ad altro scolaro di
Leonardo, cioè a Gian Pietrino (fig. 1"), potendo
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