Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la Provincia di Torino — 1.1875

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ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI

litigio veniva poi definito dal Delfino ai 30 di luglio 1216 (1).
Finalmente un Pietro Arnaldi sacerdote donava nel T222 al-
l'Abbadia quanto gli spettava nella valle di S. Cristoforo (2).
Da uno di questi tre Arnaldi potrebbe pensarsi che fosse
stato eretto un altare od altro monumento di cui facesse
parte il nostro frammento, ma ritengo invece che la nostra
iscrizione non sia altro che la signatura dell'artefice autore
dell'opera scultoria qualunque essa fosse. Carlo Promis
notò molto saviamente nelle sue Notizie epigrafiche degli
artefici marmorarii romani dal X al XV secolo (3),
che « nei secoli medii allorché tutto ciò che leyavasi
sopra l'ordinaria corrente, pareva parto di singolare in-
gegno, rinacque presso gli artisti l'antico e frequente uso
di Grecia di segnare le opere loro colPanno, colla patria
loro e col nome ». L'illustre antiquario rilevò pure i
punti d'analogia e di rapporto tra Pantica Grecia e PItalia
dei tempi medii in cui ogni città era uno Stato donde
la ragione per cui la foggia delle epigrafi degli artefici
del medio evo è uguale a quella degli antichi.
Delle epigrafi da lui raccolte molte sono state apposte
ad altari e presentano sempre la stessa frase con lievi
trasposizioni.
Hoc opus fecit N..... è forse una di quelle che s'in-
contra più sovente: Hoc opus fecit Arnolfus si leggeva
sull'altare che prima dell'incendio del 1823, stava sopra
la confessione nella basilica di S. Paolo (4). Magister
Paidus fecit hoc opus, firmava Porefice e scultore Paolo
Romano (5). E non mancano neppure esempi di signa-
ture affatto identiche alla nostra.

(1) Ulciensis Ecclesiae ckartarium, Doc. XL, pag. 45.
(a) Ivi, Doc. XLI, pag. cit.
(3) Torino, Tipografia Ghirio e Mina, 1836.
[4) Opera citata, pag. 29.— (5) Ivi pag. 31.
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