Archivio storico dell'arte — 2.Ser. 2.1896

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diego sant'ambrogio

dichiarato che propendeva a ritenere le sculture di Carpiano piuttosto della prima che non
della seconda metà del xiv secolo, lo che è parimenti giudizio infondato e che non regge
alla critica sotto il rispetto stilistico di quell'insigne monumento.

In qual conto pertanto possono tenersi, se non in quello di mere ed inaccettai)ili ipotesi,
le presunzioni poste innanzi dall'arch. Cesa Bianchi, che cioè l'altare di Carpiano, anziché
l'altare originale della Certosa pavese, fosse l'arca funeraria, andata dispersa, di Beatrice
d'Este, moglie di Galeazzo I Visconti e madre di Azzone Yisconti, signore di Milano, oppure
il sarcofago di quell'artefice Dondi, detto degli Orologi, che certa fama si acquistò infatti
nell'arte sua, ma non poteva certo meritare l'onore di una sì ricca sepoltura, nè alla Cer-
tosa, nè in Carpiano, dal momento che lo sappiamo morto a Genova nel 1404? 1

Il sarcofago di Beatrice d'Este, spentasi nel 1334, che già sorgeva nel tempio di San Fran-
cesco Grande, e che abbiamo ogni ragione di credere fosse di mano dello stesso Giovanni
di Balducci di Pisa, non consta sia andato disperso prima della rovina incolta a quel
tempio dei Minoriti, colla caduta delle volte anteriori nel 1688, se non piuttosto colla
dispersione dei sepolcri ed arredi di quella chiesa all'epoca della Cisalpina, nell'ultimo de-
cennio del xviii secolo, e come può spiegarsi in epoche a noi così vicine la magica com-
parsa nella chiesa di Carpiano di un monumento di sì peregrina importanza?

Bastava a malapena che l'egregio architetto scorresse le vicende principali della chiesa
parrocchiale di Carpiano, riassunte nella prima monografìa su quella chiesa e sul suo pre-
zioso altare del 1396, per avvedersi tosto come, nelle strettezze persistenti in cui trovossi
quella parrocchia retta dai Certosini dal 1520 fino al 1782, non era assolutamente presu-
mibile l'acquisto da sua parte di un'arca funebre di tanto pregio ad uso altare, nè nel xvn
nè nel xviii secolo!

Avvertasi poi che le stesse dimensioni dell'altare di Carpiano escludono da sole che
potesse servire convenientemente ad uso d'arca funebre, pur ammettendo che, stante la
circostanza d'aver esso sculture su tutti e quattro i lati, si trattasse d'un avello funebre
tenuto sollevato dal suolo a mezzo di colonne, che l'ardi. Cesa Bianchi, senza preoccuparsi
troppo delle ragioni di statica, riterrebbe possano essere le colonne medesime a spirale del
pronao di Carpiano, cui aggiungerebbe, a maggior sussidio, le altre otto colonnine della
Grangia o castello di Carpiano.

Ora, di monumenti consimili dell'arte campionese non abbiamo che il poderoso sarco-
fago di Bernabò Yisconti, della metà del xiv secolo (tav. IY), e più precisamente del 1370
all'incirca, la cui arca destinata a sorreggere la statua equestre del defunto è della lun-
ghezza di m. 2.80 e della larghezza di m. 1.60. Ya però notato che quella grande arca, di
poco superiore in proporzioni all'altare di Carpiano, è sorretta in basso, non già da quattro
sole colonne a spirale, smilze e snelle come sono le attuali del pronao di Carpiano, ma
sibbene da dodici colonne o pilastri ottagonali di robusti materiali e tozze forme, atte così
a maggior resistenza.

Notisi però che, benché siavi la statua colossale a cavallo di Bernabò Yisconti, anche
nei bassorilievi che adornano quell'arca funebre fa chiara mostra di sè nel lato sinistro il
soggetto del tumulato presentato da San Giorgio al Cristo crocifìsso, mentre, come già os-
servammo, nessuna raffigurazione scultoria havvi nell'altare di Carpiano che possa lasciar
tradire l'originaria sua asserita destinazione di avello funebre.

Nè fa diiopo di astenersi dal rilevare come ben diverse sono le modanature special-
mente al basso dell'urna, che nell'altare di Carpiano non hanno alcuna rientranza al basso

1 Sta di fatto, come accennò il conferenziere, e ri-
petè ultimamente il comra. Beltrami nell'annotazione a
pag. 32 della sua « Storia documentata della Certosa
di Pavia », che al Dondi degli Orologi era stato asse-
gnato fin dal 1384 il feudo di Carpiano, col non lieve

reddito di 2000 fiorini, ma il feudo stesso fu poi donato
dallo stesso Gian Galeazzo alla sorgente Certosa di
Pavia nel dicembre del 1393, e il Dondi non venne a
morte che a Genova e parecchi anni dopo.
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