L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 4.1901

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BIBLIOGRAFIA ARTISTICA

è poi la negligenza con cui il libro tutto è redatto :
negligenza che si manifesta nel modo inesatto con cui
sono riferiti iscrizioni e titoli di opere, e più nelle
contraddizioni, in cui l’A. cade talvolta seco stessa.
Cosi a pag. 52, parlando del bellissimo San Giorgio
della collezione Cook, dice che fu dipinto fra il 1515
e il 1518; a pag. 105, riparlandone, lo pone fra il 1520
e il 1525; finalmente a pag. 136 lo riferisce al 1517.
Il più singolare poi si è che l’A. conosce e cita il
documento pubblicato dal Venturi, nella sua opera
sulla galleria di Modena, intorno a questo San Giorgio
(pag. 54); e dovea pei tanto conoscerne la data precisa,
che* da quello si deduce, cioè la data del 1518!

Nè negli apprezzamenti sui quadri singoli v’è sem-
pre esatta rispondenza fra quanto è detto nel contesto
del libro e quanto è detto nell’elenco riassuntivo delle
opere dèi maestro. A proposito dei quadri più discussi
fra quelli attribuiti al Sodoma, è chiaro che l’A. non
è giunta a farsi una precisa opinione propria.

Così, circa il bel ritratto muliebre dell’Istituto
Stadel, l’autrice ricorda le diverse ipotesi poste avanti,
dimenticando tuttavia quella più recente che vi vede
un’ opera del Parmigianino, e ammette la possibi-
lità dell’attribuzione al Sodoma, ma non si pronuncia
chiaramente (pag. 23) ; e del pari a proposito del
Madonnone di Vaprio, cita il Morelli e il Frizzoni,
ammette una gran somiglianza con lo stile del Sodoma,
avverte i difetti dell’opera... e non si decide in alcun
senso (pag. 55).

Dall’elenco riassuntivo poi delle opere del maestro
che è in fine al volume, sembra tuttavia che l’A. in-
clini ad assegnargli le due Opere ricordate ; cosicché
verrebbe a trovarsi in conflitto con l’ipotesi più pro-
babile e ragionevole.

Non è riuscita infine l’A. a sfuggire a qualche
errore, malgrado tale avvertita sua prudenza. Il bel
disegno a carboncino (riprodotto a pag. 95) degli Uffizi
non è certamente del Sodoma, ma potrebbe piut-
tosto assegnarsi alla maniera dì Cesare da Sesto :
come a un discepolo ossequente di Leonardo, non
a un imitatore geniale e originale quale il Sodoma, a
un maestro gentile, ma di mediocre levatura, non
a un ingegno fantasioso e fecondo, è da assegnare la
graziosa Madonna di Brera, dove la testa della Ver-
gine, sia nella mossa che nei particolari, mostra stretta
affinità con i tipi abituali al Salaino, e dove il pae-
saggio d’una esecuzione minuta, dalle montagne di
un bell’azzurro trasparente, non ha relazione di sorta
con la maniera larga di trattare il paese del maestro
di Vercelli. E pure l’Autrice vi trova un’opera carat-
teristica del periodo lombardo del Sodoma, un’esage-
razione di Leonardo e del Luino e la connette con
la Leda della Galleria Borghese e con la Madonna di
Torino! (pag. 29).

Non si può dunque in complesso dare un giudizio
favorevole di questo libro, dove anche manca qualche

cenno, che sarebbe stato opportuno, degli scolari for-
mati, dell’influenza avuta dal Sodoma, delle sue re-
lazioni, dei suoi punti di contatto col Peruzzi, col
Beccafumi, con l’Anselmi. Non sarebbe giusto nem-
meno deprimerne troppo il valore ; e non è a dubitare
che la colta e gentile A., sol che l’avesse voluto, sa-
rebbe stata in grado di darci un lavoro assai di questo
migliore.

E. Brunelu.

io.

Scultura.

J. B. Supino: L'arte di Benvenuto Cellini,

con nuovi documenti sull’oreficeria fioren-
tina nel secolo XVI. Firenze, Alinari, 1901.

L’A. comincia col chiedersi se sia realmente giu-
stificato questo soverchio entusiasmo per l’artefice nel
cui nome par si compendi tutta la gloria del Rinasci-
mento nostro, o piuttosto se non sia anah’egli da an-
noverarsi fra coloro a’quali arrise in special modo la
sorte. Quindi egli considera il Cellini scultore, orafo,
medaglista. Dello scultore il Supino dà un giudizio
severo: egli stima che la compiuta educazione del
Cellini si manifestò nelle sue opere, e che a lui, in-
capace di riunir nelle sue mani le tre arti, faccian di-
fetto il sentimento architettonico e il gusto pittorico.
Nelle sculture è sempre l’orafo che si rivela: da ciò
l’esagerata accuratezza cercando con questa di piacere
e di raggiungere l’effettò; da ciò lo sforzo, non mai
nascosto per riuscire a mostrare il sapere e l’indu-
stria. Più interessante, perchè più originale, è la se-
conda parte di questo studio in cui si considera l’orafo
e si confutano le asserzioni del Milanesi a cui il Cel-
lini parve « il vero restauratore dell’oreficeria, quegli
che cacciò di seggio la maniera gotica per riporvi lo
stile classico antico». E qui il Supino allarga la pro-
pria trattazione soffermandosi a studiare i principali
centri di oreficeria italiani e stranieri per stabilire il
rango che compete al Cellini, concludendo col dire
che l’arte sua dovette rappresentare il felice innesto
nella tradizionale maniera toscana delle forme più
ricche dell’arte lombarda, di quell’arte, cioè, che sotto
l’influsso della scuola padovana e dell’arte tedesca,
esagerò il senso della decorazione plastica. L’A. esa-
mina quindi l’opera del Cellini medaglista e dopo aver
detto delle medaglie dubbie e di quelle sulla cui au-
tenticità non è luogo a discutere, crede di poter affer-
mare che il Cellini stesso non fu così cieco da non
accorgersi che si poteva fare molto meglio in tal ramo
di arte di quello che sino allora egli aveva fatto.

Lo studio del Supino è specialmente commendevole
per compiutezza di indagini e per originalità di ve-
dute. L’inventario degli argenti della guardaroba del
granduca Francesco I, che egli pubblica in appendice,
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