L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 11.1908

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PAOLO D'ANCONA

manchevolezze, per la religiosità cui informa la scena, per la mistica grazia di alcune delle
sue figure.

Ma nonostante non dubbi pregi di composizione, abbiamo qui proprio a che fare con
l’arte pura e finissima del Beato Angelico? Per conto nostro l’esame attento della tecnica

colla quale è condotta la pittura ci vieta
assolutamente di crederlo. L’ipotesi del
resto non è nuova e venne già espressa
molto prima di ora. Già il Rio 1 notò
che alcune di queste sacre composizioni
rivelano una mano molto inferiore, cioè
di un qualche volgare artista incaricato
di ultimare l’opera lasciata a mezzo dal
maestro. A questa stessa opinione an-
nuirono poi, per tacer d’altri, il Supino 2
e il Douglas,3 il quale si provò anche,
a nostro avviso con scarsa fortuna, a
distinguere la mano del maestro da quelle
degli scolari collaboratori. Così il Caval-
casene,4 nella Vita di Fra Giovanni, a
proposito di queste tavolette, dice espli-
citamente come la Cena, il Battesimo, la
Trasfigurazione e la Strage degli Inno-
centi per tecnica esecuzione si rivelino
« inferiori alla consueta di lui, pure essen-
done pregevole la composizione ». Altri,
ad esempio il Padre Marchese,5 pure at-
tribuendo l’esecuzione all’Angelico, col-
piti da certe inesplicabili deficienze del
dipinto, cercarono di giustificarle col sup-
porre, come fece il Vasari nella prima
edizione delle Vite, ehe esso fosse stato
condotto dal pittore in età giovanile « essendo stati i suoi principii nell’ arte quelli del
miniare e colorire piccole storie ». Reca quindi meraviglia che il Berenson, 6 nel suo noto
catalogo, non tenendo alcun conto delle opinioni dubbiose espresse dai suoi predecessori,
annoveri ancora, senza alcuna riserva, tutti i trentadue scomparti fra le opere certe di Frate
Giovanni.

Nè noi vogliamo ora affermare che l’Angelico si disinteressasse del tutto di quest’opera
che certo a lui fu commessa, ma non v’ha dubbio che la parte sua si ridusse alla conce-
zione e al disegno dell’assieme. Tutto infatti, quanto alla composizione, richiama alla grand’arte
dell’Angelico. Le figure hanno i costumi e le proporzioni svelte e slanciate proprie del mae-
stro, l’ambiente è reso nel modo a lui consueto colle solite architetture che si presentan di
scorcio e chiudon la scena, il paesaggio è pur qui condotto a nude montagnole fra cui s’ergon
radi alberelli. Nessuna insomma delle particolarità care all’Angelico manca in queste tavolette

ad Alesso, rivela « l’arte di un giovane che non ha an-
cora trovata la sua via, che cerca di seguire, più da
vicino che può, la maniera del maestro », ecc.

1 Rio, De l’art chrétien, Paris, 1874, t. II, pa-
gina 318.

2 Supino, Beato Angelico, Firenze, 1898, pag. 145.

3 Langton Douglas, Fra Angelico, London, 1900,
pag. 118 e segg.

4 Crowe e Cavalcaselle, Storia della pittura in
Italia, Firenze, 1883, t. II, pag. 371.

5 P. Vincenzo Marchese, Memorie dei più insignì
pittori, scultori e architetti doìnenicani, Bologna, 1878,
voi. I, pag. 295.

6 B. Berenson, The Fiorentine Peinters of thè
Renaissance, London, 1906, pag. 100.
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