L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 21.1918

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EU GÈ NE FROMENTIN E LE ORIGINI DE LA MODERNA CRITICA D'ARTE 2t

solito una luce « alta e radente », il Maestro non abbia avuto bisogno d'usar masse di
scuri gagliardi ed ombre forti, le quali sogliono nuocere a la tenerezza e fanno sembrare
i corpi di tutt'altra materia, che di morbida carne1 — significa subito, in tal modo, tutta
l'antipatia, ch'egli nutrì per il luminismo ardito e fantastico; e che, con lui, tutto il Set-
tecento sentì. «L'accrescere lo sminuire accortamente le ombre, non basta a l'effetto,
che avere si vuole, se il colore non opera di concerto »,2 il critico continua, e dichiara
che il colore, « parte assolutamente essenziale nella Pittura », va trattato con « industria
assai più che con la semplice imitazione del vero »; ? poiché un Maestro, il quale abbia
anche in mano la più sgargiante tavolozza « non otterrà mai la vera vaghezza », quando
non sappia ben usar di essa.

Dopo la professione significativa, lo Zanetti sentenzia che il gran segreto è stato
compreso unicamente da Tiziano — e, invitando gli studiosi a riflettere in proposito, con-
sidera soltanto alcuno dei mezzi, che « formano il nerbo del tizianesco artificio »,"* e
primo il tono.

« Pochi e comuni colori erano su la tavolozza di Tiziano; onde la maggior vaghezza
de' dipinti suoi nasceva da' contrapposti...non v'è obbietto che posto vicino, o sopra,
o sotto un altro, apparisca più o meno diverso. L'arte, seguendo questo principio,
sceglie giudiziosamente quelli, cui maggior varietà distingue e distacca ».5 Se è difficile
assai sentire sottilmente il valore dei toni, ossia « conoscere i gradi e i momenti fa-
vorevoli delle opposizioni » Tiziano in questo giunse al più alto segno senza per altro
mai usare alcuna violenza.0 Così, «un bianco candido panno, vicino a una figura ignuda,
ne accendea tanto la tinta, che dei più vivi cinabri parca impastata... Simile effetto
faceano alcuni oggetti assai scuri, di tinte forti, e neri talora; ed oltre all'imbellire il
vicino colore, dava l'uno e l'altro campo molta forza a quelle figure, che... erano lavo-
rate con insensibili mezzetinte, senz'ombre gagliarde ».7

Ora si domanda: quando il Fromentin affronterà, la scottante question des valeurs,
e dirà che un colore non esiste in sè, ma è modificato da l'influenza di quello vicino,
quindi, per se stesso, non ha bellezza, nò virtù e solo mediante contrasti e avvicinamenti
può assumere significati diversi; quando giungerà a la definizione di colorista, esprimerà,
effettivamente, un concetto che lo Zanetti non abbia espresso? Possiamo dire, fin
d'ora: no.

Il Veneto per intuito, il Francese per principio, s'accordano ne lo spiegare l'arte
di Venezia e dei Paesi Bassi con l'intelligenza del sentimento, che in quelle regioni
si ebbe, dei valori tonali.

Lo studio de « l'artifizio de' contrapposti » induce poi lo Zanetti a trattare de la
luminosità ne le tele tizianesche: l'argomento è affrontato con una serie di rilievi, bo-
schiniani anche ne la terminologia.

« Il sole » del maggior Vecellio dipende da le successive repliche: «Le imprimiture o
mestiche assai chiare di gesso appena tinto, e gli sbozzi luminosi per conseguenza,
n'erano le prime basi. Indi, colore posto sopra colore, Iacea l'effetto come d'un traspa-
rente velo, e produceva, oltre ad una saporitissima tinta, quella splendida forza di
lume, ch'è una de le maggiori bellezze, onde brillano le opere degli eccellenti coloritori ».s
Ma se il critico loda il buon uso de le sovrapposizioni leggere di colore su colore,
quasi velo che fonda i toni e dia loro risonanza, esalta, d'altrapartc, il tocco crudo,
isolato, evidente — e come il Boschini, celebra il servizio che a Tiziano resero « gli
sfregazzi con le dita » e tutti gli artifizi, con cui fu solito nascondere la. molta fatica,

1 Pìtt. venez., 1. II, pag. 133.

2 Pìtt. venez., 1. II, pag. 134.

3 Più. venez., 1. II, pag. 134.

4 Piti, venez., 1. II, pag. 135.

5 Pìtt. venez., 1. II, pag. 136.

0 Pìtt. venez., 1. II, pag. 136.

? Piti, venez., 1. II, pag. 136.

8 Piti, venez., 1. II, pag. 137.
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