L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 21.1918

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ADOLFO VENTURI

persino che la torre malferma delle solite rocce
bizzarre a cumuli fioccosi, presa negl'ingranaggi
di quella ruota, trascinata dal vento che costringe
le figure a roteare e muoversi tutte in una stessa
direzione, pencoli da quel lato, vacillando sulle
proprie basi, per mettersi anch'essa all'unisono.

Fig. 19 — Timoteo della Vite: Disputa di Pan.
Venezia, Museo Correr. — (Fot. Anderson).

Nei quadri Timoteo non riuscì mai a tradurre in
modo tanto originale le forme apprese, a rendere
così scorrevole il suo ritmo.

Nel tondo con la disputa di Pan (fig. 1 9), il pittore
introduce un'innovazione; chiude una fase della
scena entro il cavetto centrale, come entro un altro
piatto, finemente orlato di ricami di bianco sopra
bianco; e intorno a quel disco, che nasconde la parte
mediana della scena, dispone le sue belle rupi bian-
cazzurre, le serpi in fuga dei tronchi, le ondulazioni
tranquille delle arcadiche figurine, i fiocchi delle
nuvole natanti entro le due zone di luce e d'ombra
del cielo. I colori tenui, con trasparenze opaline,
e quasi sfumati, del tondetto centrale, si avvi-
vano per macchie vivaci tra le rocce e sulle vette
degli alberi, e il pittore studia l'iridescenza dei
colori, creando un'alternativa di luci intense e di
luci smorzate, e dividendo il cielo in due zone;
una, come infiammata dal tramonto, l'altra tur-
china opaca. Pochi, nel Quattrocento, conobbero
come Timoteo l'arte di dar il colore ai vetri e alle
maioliche.

Un altro dei tondi, uno dei più smaglianti di
colore, per il dominio che prende nella scena la
rupe con le sue dense chiazze azzurrine sulla vi-
vacità dell'ossido bianco, è il piatto rappresentante
il mito di Euridice e Orfeo. Sulla soglia della porta
d'Averno, chiusa tra i fiocchi smaglianti delle

rocce, Euridice si dibatte tra le braccia di un
demone che l'afferra per strapparla a Orfeo in-
tento a sonar languidamente la sua viola (fig. 20).
Splendono le vesti azzurrine della fanciulla, con
luci bianche nelle grandi maniche, e le spire
delle chiome di Orfeo, colpito dal torpore proprio
delle creature di Timoteo, senza vita nei gesti,
senza ossatura nei corpi. Dietro lo scintillìo della
rupe che invade quasi tutto il piatto, lo Stige con
la barca di Caronte, e lontano una città cinta di
colli.

Meno sfavillante di colori, ma tra i più belli per
la gentilezza della composizione, è il piatto con la
storia di Euridice e Aristeo (fig. 21). L'albero tor-
tuoso, qui è nel mezzo del piatto, tra la campagna
ondulata; e non solo il suo tronco serpeggia, ma
anche i rami, che girano intorno ad esso come per
avvinghiarvisi, e le radici, che escon dal terreno in
forma di delfini. I ciuffi turchini delle foglie spic-
cano sullo sfondo bianco, come i cespugli nel chiaro
azzurrino dei prati.: da un lato la grotta d'Averno
s'apre nera tra le rocce di un azzurro grigio dol-
cissimo, senza iridescenza; dall'altro un gruppo
d'alberi segna una macchia di turchino intenso
con vene chiare tortuose di tronchi e di rami.
Lo scenario si delinea così chiaramente più di qua-
lunque altro ideato da Timoteo, e prende, anche
per la disposizione accentrata, una profondità

Fig. 20 — Timoteo della Vite: Euridice alla porta
d'Averno. Venezia, Museo Correr. — (Foto-
grafia Anderson).

ignota, o quasi, alla scuola del Francia. Ed ecco
da un lato avanzarsi Aristeo, bel giovane paggio,
inghirlandato di fronde, vestito di velo, come una
damigella, con ampie maniche a sbuffi. Egli
porta in una mano una lancia, ma posa la destra
sul cuore per far la propria dichiarazione amorosa
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