L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 24.1921

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PIETRO TESTA, INCISORE E PITTORE

t5

Il volontario cortonesco segue di già, incon-
sciamente, gli esempi di Nicola Poussin.

* * *

Hanno, le pitture neo-veneziane, una comune
caratteristica: quella di esser cosparse di certe
luci molli che scivolano in ondeggiamenti e in
disparizioni di fuochi fatui sulle carni madreper-
lacee e sulle fioriture di materia più dolce e più
soffice. Queste luci dividono in falde di ombra
opaca e di chiarità lunare tutto il campo delle
scene e son ritagliate da limiti così capricciosi e
accidentali, da non poter essere neppure per un
istante giustificate col pretesto di una ricerca
luministica « après nature » alla caraveggesca.

Tali bolle di luce, che potremmo credere pro-
dotte da una voluta combinazione di specchi ri-
frangenti, si riscontrano in tutti coloro che ebbero
contatti colla scuola del Berrettini. Lo stesso
maestro ne fiorisce le sue opere più succose e
simpatiche, come si può vedere nel Battesimo
di S. Paolo, ai Cappuccini e, per non dir altro,
nel superbo abbozzo dell'antiquario Sestieri * (fi-
gura 4).

La cara combriccola Bottalla-Romanclli-Testa
le usa poi con molto entusiasmo e con diversi ef-
fetti. Il primo le svolge a riccioli scroscianti per
meglio annodare l'andamento delle sue composi-
zioni, il secondo le accetta con gioia per irrorarne
di vivezza i suoi più faticosi dipinti e per dorarne
la tonalità a volte testardamente rossiccia. Il
terzo infine se ne serve, e lo possiamo constatare
nel quadro della Capitolina, con una riflessione
più profonda, con una intenzione più integral-
mente veneziana.

Senza dubbio, nessuno dei pittori cortoneschi
ha dato al consueto gioco di luci un andamento
cosi astratto e fantastico, un sapore (vogliamo
dirlo?) così « Manettiano » come quello che qui
si osserva. Qui una spalla, un braccio, un panno
bianco ricevono il tocco magico della luce sol
perchè siano intercalate nella superficie pittorica
alcune necessarie macchie di chiarità.

Come potrebbe infatti esistere l'impugnatura
bruna del bastone pastorizio senza il nitore per-
fetto della spalla che la campisce? Come potrebbe
riuscire il soffocato tono delle fronde senza l'in-
termesso bagliore del cielo? E qual gioia applicare
a contrapposto, sul corpo del centrale venditore,
ostie mobili di ombra e di luce che si faccian valere
a vicenda! Non dissimuliamoci però che la vivace
rapidità dei passaggi sui primi piani, se prepara
trepidamente lo sboccio del colore in luce, ci at-

4 Debbo la fotografia dell'interessantissima opera alla
gentilezza del signor Ettore Sestieri.

testa in ogni modo, insieme coll'acuta aspirazione
del neo-veneziano, la sicura nervosità capricciosa
dell'incisore già esperto, qualità questa confer-
mata sempre più dalle sottili frustate luminose
che in colore sì, ma con tanto nerbo, commentano
la curva di un orecchio e il gioco di una ciocca,
sulla tempia.

Ma della coesistenza nel temperamento del No-
stro di tali tendenze, ci ricorderemo più tardi,
quando ammireremo le sue stampe più belle.

* * *

Certo assai più profondamente del Cortona agì
il Poussin sull'arte del Testa; poiché ben rara-
mente ormai troveremo nelle opere che siamo
per esaminare un accenno, un ricordo, una nota,
soltanto cortonesca.

Delle quali opere, la prima conosciuta, in ordine
di tempo, dopo il Giuseppe venduto, fu, se ci si
basi su considerazioni puramente stilistiche,1
la Galateo, (fig. 5) del musco civico di Lucca, forse
una delle pitture che Pietro eseguì durante il
secondo soggiorno in patria, assegnato dal disegno
Moliano del museo di Montpellier, al 1637.2 In
questa bella tela, infatti, il Lucchese persevera
con acuto desiderio nel poussinismo iniziato col
quadro capitolino. Ecco i cari « refrains » del tema
neo-veneziano, svolti con quel gusto lambiccato
che solo Testa possedeva; il cielo nastreggiato
dolcemente, i lievi passaggi dello sfondo; infine
la intima sensazione di humus cromatico spirante
da tutto il paesaggio e dalle arcadiche figure dei
secondi piani, tonalmente incluse nella terra nu-
drice.

Sul dinanzi, poi, quali simpatici documenti di
morbida pittura! La Galatea agita alle arie un
nastro vinato tutto imbevuto dello stesso fermento
coloristico che Poussin toglie a volte ai panni del
maturo Tiziano. Oscure braccia scivolano opa-
camente sul periato biancore del corpo divino;
e in mezzo il Tritone, dipinto con grande enfasi,
lascia cadere dal piatto vaso, sollevato a due brac-
cia, un ghiotto pennacchietto di latte farinosissimo,
tizianesca delizia che uno « sfregazzo » delicato
riassume.

Pietro Testa ha dunque compreso assai pro-
fondamente lo spirito di quella tendenza al color
veneto che persino a Firenze tormentava i pennelli
di Giovanni Mannozzi e di Francesco Montelatici;
egli ne diviene un interprete tutto personale, che

1 Le fonti storiche enumerano le opere del Testa senza
alcuna intenzione ordinativa; e spesso sono fra loro in
contraddizione.

2 Vedi in Rivista archeologica della prov. e ani. diocesi di
Como, anno 1910, pag. 176: « Di P. F. Mola » ecc. (H. Voss).
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