L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

Page: 56
DOI issue: DOI article: DOI Page: Citation link: 
https://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/arte1923/0078
License: Free access  - all rights reserved Use / Order

0.5
1 cm
facsimile
LUIGI BIAGI

hanno l'espressione impacciata e pesante di alcune statue di lui. Ancor più egli dette
l'opera sua di scultore alla decorazione del palco della stanza di sopra (fig. 6, 7, 8),
ove tre grandi scomparti con pitture sono tutti circondati da decorazioni e fregi di
stucco con figurine di centauri e di divinità fluviali e son divisi da grandi fascie con figure
di fanciulli sorreggenti nastri che si attorcono attorno ad un medaglione. Questi putti
accoppiati son modellati con le carni molli, le teste tondeggianti, le forme insomma
proprie dell'Ammannati, e ricordano nei loro atteggiamenti manierati quelli che
sorreggono la balaustrata di S. Pietro in Montorio.

Anche le altre immagini di questa decorazione sono là ferme, con quell'aria di in-
dolenza che trattiene l'occhio dall'andar dietro alle linee variate dei riquadri, e dimo-
strano che l'artista che le creò amava impressionare con forme statiche e non con la
fluidità delle linee in movimento.

* * *

Queste costruzioni della vigna e del palazzo di campo Marzio inalzate dal papa
Giulio III, senza riguardi, coi denari della camera apostolica furono alla sua morte ca-
gione di gravi noie per gli eredi. Quando egli si spense, finì ad un tratto la gaia spen-
sieratezza e si inaridì quelle fonte a cui egli attingeva i denari. In non minori imbarazzi
degli eredi si trovarono quelli che avevano lavorato pei Dal Monte, lusingati da promesse
di pagamenti non mantenuti. L'Ammannati fu fra questi. Rimase dopo la morte del papa
per altri due mesi a saldare i conti dei manifattori della vigna e del palazzo per com-
missione di Baldovino e poi se ne venne a Firenze ancora creditore. Il papa gli aveva
fatto soltanto qualche donativo perchè potesse attendere la soddisfazione finale di
ciò che gli era dovuto. Sei regali in tutto, ci dice l'artista stesso, e con le sue parole ci
dipinge anche il pontefice quando all'epoca della carestia gli mandò a casa del vino e
del grano, e allorché egli andò a baciargli i piedi per ringraziarlo, gli disse: « Godi! »;
la parola d'ordine del suo pontificato. Un'altra volta a San Marco che il papa si levava
da giocare con i cardinali, e per le indiscrezioni di altri documenti 1 possiamo sup-
porre che anche quel giorno giocasse a spese della camera apostolica, « veggendomi »
dice l'Ammannati « mi chiamò e missemi in mano tutti quei denari ch'ella in mano
avea i quali furono quaranta ducati di camera e dissemi « va, è ferragosto, con la tua
famiglia » Bonario con tutti e specialmente con il nostro artista che trattava, come ap-
pare, con dimestichezza speciale, ma il resto del pagamento non venne mai nè da lui
nè poi dai suoi eredi, che lo menarono a spasso con promesse per vario tempo.

Quando poi avvenne la confisca dei beni di Fabiano, figlio di Baldovino, per or-
dine di Paolo IV e la condanna del 9 aprile 1557 per cui il Del Monte doveva sborsare
237.000 ducati d'oro, l'Ammannati per salvare il suo credito cominciò a raccogliere
testimonianze del lavoro fatto, ma nella piena dell'Arno le carte andaron perdute.

Con l'elezione di Pio IV si schiarì l'orizzonte per il perseguitato Fabiano, che nel
1560 poteva disporre di nuovo dei suoi beni restituitigli poi definitivamente ed
ufficialmente nel settembre 1561, con eccezione del Palazzo di Campo Marzio e della
Villa Giulia, che furon poste a disposizione della camera apostolica. Il Granduca Cosimo I,
che aveva protetto Fabiano, ebbe in dono nel 1561 il Palazzo di Campo Marzio, che
da allora fu poi detto di Firenze, e che probabilmente gli era stato promesso dal Papa
quando egli nel novembre 1560 aveva visitato Roma.

Cosimo doveva avere nominato una commissione per stabilire la posizione dei cre-
ditori di Fabiano, e ad essa si rivolse l'Ammannati col memoriale che pubblichiamo
(Doc. I) corredato dalle testimonianze dei suoi operai e del vescovo di Forlì, Giovanni
Aleotti, quello che Michelangiolo chiamava « Monsignor tante cose ».

1 Cfr. Nuova Antologia, voi. cit.
loading ...