L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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BENEDETTO LUTI*

Nato in Firenze nel 1666, e precisamente il 17 novembre di tale anno, secondo
il Pascoli, per questo artista assai attendibile biografo,1 Benedetto Luti non si trovò
certo nei primi anni della sua vita in un ambiente di artisti e di letterati,2 ma presto,
rivelate le sue tendenze per la pittura, incontrò un protettore nel Cavalier Berzi-
ghelli, nobile pisano, ed un maestro in Anton Domenico Gabbiani.

In quanto a maestro il Luti non fu davvero avventurato; il Gabbiani, artista
non certo di molto valore, fu quello che per lui meno si sarebbe convenuto. Quel
suo fare così freddo e sordo di colore, così duro e veramente « meticoloso » di tocco 3
fu la peggiore esperienza possibile per il nostro pittore, già per sua natura troppo pro-
penso al fare accademicamente accurato.

Ben poco sappiamo dei primi anni della vita pittorica del nostro, che del resto
solo c'interessano se ed in quanto poi seppe dimenticarli andando oltre quello sco-
lastico tirocinio. Nè sarà il caso di dare troppa importanza a quella sua lettera scritta
da Pisa al Gabbiani nel 1684:4 « .... ho fatto tre figure d'Andrea, ed ancora tre ri-
tratti e tre teste di Raffaello d'Urbino, e cominciato il S. Antonio di Pietro da Cor-
tona.... e ho cominciato il disegno del signor Ciro... ». Senza contare che, avendo noi
quella sola lettera che parla dei suoi studi, potrebbe darsi che egli copiasse pure ar-
tisti assai diversi da quelli nominati, bisogna considerare che nella scelta di quei
pittori, più che seguire una sua individuale predilezione, il Luti non faceva certo altro
che studiare gli autori più in voga nella scuola e sarebbe arbitrario pensare, in base a
quella sola testimonianza, a quanto potrà avergli insegnato in fatto di sfumato Andrea
del Sarto, di armoniosità Raffaello, di senso pittoresco e decorativo il Cortona.

Certo possiamo ritenere che il Luti, nel suo toscano ambiente, e particolarmente
nella scuola del Gabbiani (correnti assai diverse v'erano pure allora in Toscana), fu
nell'ambito della tendenza bolognesizzante, e questo spiega quanto, diciamo così, di
bolognese manifestò nelle sue opere, e l'ammirazione da lui più volte mostrata per il
Domenichino.s

Fu pure nella scuola che il Luti apprese certe soluzioni di un cortonismo lisciato
e accademizzato, quali spesso furono proprie al maestro, il Gabbiani. Questi, infatti,
che fu tra l'altro scolaro di Ciro Ferri, non si sottrasse al largo influsso esercitato dal
Cortona sui pittori secenteschi toscani, e specie nelle sue opere più decorative, ma con

* Ringrazio nuovamente e vivamente tutti co-
loro che mi hanno aiutato a raccogliere fotografie,
controllare notizie, ecc., per questo saggio, ed in
particolar modo il mio Maestro Adolfo Venturi
ed il prof. Ernst Steinmann.

1 Pascoli, Vite, ecc., voi. I, pp. 228-234. Il
Pascoli stesso ci dice che ebbe occasione di strin-
gere con il Luti « confidente e lunga amicizia »,
sì d'avere « piena e minuta cognizione... di questo
valente uomo ».

2 Leggiamo nella biografia contenuta nella Serie
degli uomini i più illustri, ecc. (voi. 12), che il
Luti fece da giovinetto il garzone di spezieria.

3 M. Marangoni, La pittura fiorentina nel Set-
tecento, in Riv. d'Arte, a. Vili (1912), p. 67.

4 Bottari, Raccolta di lettere, ecc., voi. II,
p. 70 e seg.

5 Nella citata lettera del 1684 il Luti parla di
un quadro che sarebbe stato il bozzetto della Co-
n.unione di S. Girolamo del Domenichino, e dice
che avrebbe avuto « gran gusto in copiarlo »;
da un'altra lettera del 1691 (Bottari, op. cit.),
di poco posteriore al suo arrivo a Poma, risulta
che egli andava studiando i pennacchi di S. Andrea
della Valle.

L'Arte. XXVI, 12.
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