L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 26.1923

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RECENSIONI

Brinckmann. Baukunst des ij. und 18. Jahrhttnderts
in den Romanìschen Làndem (nella collez. Hand-
ònc/i der Kunstwissenschaft), Berlin-Neubabelsberg,
Akademische Verlagsgesellschaft Athenaion, 1919,
PP- 343. tav. 17.

Se si può fare una storia dei puri valori architettonici (ar-
chitettura, scultura e pittura concepite come distinte cate-
gorie della cosidetta visione artistica) e tutto inquadrare coi
concetti di plastica e spazio, tutto risolvere nella determina-
zione di vari e ben organati sistemi compositivi, possiamo
ben dire che l'A. ha molto lodevolmente raggiunto il fine
propostosi e, facendo uso di un vastissimo e, in parte, poco
noto materiale, ha saputo prospettarci con bella chiarezza
i sistemi compositivi essenziali dell'architettura italiana e
francese del sei-settecento. I principi architettonici di quel-
l'età ci si palesano cosi in organica rassegna dalla tarda Ri-
nascenza al Barocco, nelle sue varie manifestazioni, dal clas-
sicismo francese del secolo xvn al neoclassicismo del suc-
cessivo. La ritmica degli spazi e delle masse plastiche è
studiata in tutte le manifestazioni architettoniche, nel modo
di comporre la facciata di un palazzo, di una chiesa o di un
qualsiasi altro edificio come in quello di disporne gli spazi
interni, nel modo di costruire un giardino come in quello di
disegnare la pianta di una città. Studio quindi ampio ed
organico che tien conto dei molteplici aspetti dell'architet-
tura per cogliere in ciascuna sua manifestazione l'identità
dei principi compositivi.

Ciò posto ed anche ammesso che si possa fare una storia
dei puri valori architettonici, che se ormai non ha forse più
ragione d'essere come reazione allo psicologismo dei critici
letterati, può tuttavia esser utile a dimostrare come i veri
artisti vadano oltre quelle particolari e innegabili tradizioni
tecniche (le arti) solo esse tradizioni profondamente rivi-
vendo, dobbiamo però notare che a voler fare una storia dei
sistemi della cosiddetta visione artistica (è in fondo la ormai
famosa storia senza nomi] si finisce col non fare più della vera
storia che per sua natura implica l'idea di svolgimento, ma
col presentare come tante ben congegnate costruzioni le
varie età artistiche, ciascuna delle quali fa parte a sé ed è
qualcosa di perfetto e, sia pure, di astratto. Ciò vediamo
anche in quest'opera che, d'altro canto, non tenendo effet-
tivamente conto delle personalità degli artisti (non basta
nominarli e indicarne le opere, ma sentirli come individui
attivi), personalità che non sono in fondo che la storia stessa

nel suo aspetto libero e creativo, nella sua profonda e vivace
coscienza, viene a dare appunto l'impressione di una bella
sfilata di astratti tipi compositivi, senza che si possa com-
prendere il passaggio dall'uno all'altro di essi, visto che
sono stati messi in disparte i veri fattori creativi (gli artisti)
e la storia non può quindi essere quella dialettica di crea-
zione e tradizione quale noi la concepiamo.

Questo, che può riferirsi a molte altre opere della critica
più nuova, non ho potuto fare a meno di notare, dato che
l'impostazione di una storia non può certo essere un espe-
diente per presentare in un bel manuale materiali di studio
con ogni cura raccolti, ma non voglio con ciò diminuire
troppo il valore di quest'opera che l'A. ha rigorosamente
ordinata secondo i suoi criteri di critica architettonica pura,
lavorando con mirabile fervore, alle prese con un vastissimo
materiale, ed ottenendo risultati nel complesso assai impor-
tanti nella soluzione di tanti problemi storici generali e specie
nella determinazione di quei tipi compositivi che, se anche
astratti, sono certo degli utilissimi punti di orientamento,
anche per comprendere l'opera degli artisti.

Vi sarebbero diverse osservazioni da fare per ciò eh*
riguarda date e attribuzioni, anche senza avere affatto l'in-
tenzione di attaccare un'opera cosi complessa con degli ap-
punti particolari quali ogni studioso di singoli problemi po-
trà fare. Solo notiamo che l'A. continua a credere opera del-
PAlgardi la facciata di S. Ignazio (p. 50, no), del Bernini il
balcone e la porta grande del Quirinale (p. 57), che egli non
ha tenuto conto dei ben noti studi del Giovannoni per quanto
riguarda S. Caterina dei Funari e S. Spirito in Sassia (p. 27)
e giunge a credere « forse del Borromini » il campanile di
S. Maria di Montesanto (p. 71). Cose, forse, scusabili data
la mole del materiale di studio, data l'ampiezza della ri-
cerca che ha per oggetto due secoli e due nazioni nel loro
più vivace rigoglio artistico.

Moschini.

* * *

Malaguzzi Valkri (Francesco). La corte di Ludovico
i! Moro: Le arti minori. La letteratura. La mu-
sica. Ulrico Hoepli edit., Milano, 1923.

Quarto ed ultimo volume, come ci avverte l'autore stesso,
che chiude l'illustrazione della civiltà a Milano durante la
signoria di Ludovico il Moro.

È inutile ripetere qui, quel che già fu detto, molto acuta-
mente degli altri volumi, e specialmente del secondo [L'Arte,

L'Arte. XXVI, 23.
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