L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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LEON ARDI AN A

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immagini leonardesche, sorriso che è tremito di lumi e d'ombre più che archeggiatila di
linee.

Ecco, vicina alla tavola parmense, la copia nella collezione Holford di Londra. Sembra
superfluo, davvero, ogni commento, a dimostrar la distanza tra le due opere! Come grevi
e fosche s'appesan le ombre di carbone sulle labbra, sulle guance, sugli occhi, come,
dall'uniforme massa della chioma, si diparton bruscamente, sconnessi, i fili ritorti delle
ciocche, pur decalcati con tanta servilità di copia! la massa della capigliatura, inerte,
più non forma un tutto con i fili staccati dal vento. Inutile indugiarsi ad osservare i parti-
colari: la gonfiezza del volto, l'alterazione delle proporzioni, che distrugge il fine ovale della
tavoletta di Parma, l'ampiezza enorme dei lacrimatoi, l'esagerato peso delle palpebre,
gusci ossei, l'ombra confusa dell'occhio, non animata dalla vita dello sguardo, vacua,
opaca, inerte; la faticosa durezza dei contorni, soavemente inarcati nell'opera di Parma.
La materialità grossolana della copia, donde si è fuggita la tenera grazia dell'originale,
serve soltanto a mettere in risalto la bellezza profonda, le spirituali sottigliezze che, nella
Madonna di Parma, rivelano una divina creatura di Leonardo.

Adolfo Venturi.

L'Arte. xxvii. 8.
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