L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 27.1924

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COLTURA ED ARTE

Tiziano, superbo inscenatore di spettacoli, vi immette, come quell'incanto proprio del
Veronese per la facilità con cui l'eleganza fastosa di certa società aristocratica veneziana
approfitta del mare e della terra e del cielo per comporvisi in ordinati aggruppamenti,
è questo anche il generale ambiente dei pittori veneziani anteriori a Tintoretto.

Lo stesso, superato il quattrocentismo emiliano, avviene al Correggio; ma in lui,
uomo di taciturna e femminea sensualità, questo mondo affinato e tra mitologico e cri-
stiano, trasferito quasi in una epoca mitica, in una languida e soporosa età dell'oro delle
belle forme umane, abbandona quella grazia sostenuta e vistosa, quel « cortigianesco
fare » proprio ai pittori veneti e, accogliendo le discrete penombre lombarde post-leonar-
desche, come giacigli d'ombra ove maturino gli amorosi sogni della bellezza, si distende
in una atmosfera di silenzio e di bionde luci, quasi stremato da una lunga carezza. Un
po' più oltre, dopo aver recuperato nello studio dei manieristi tosco-romani il sentimento
d'una forma più integra e affusata, c'è la delicata svenevolezza del Parmigianino, la pre-
ziosa eleganza, la moda del collo lungo e delle membra assottigliate. C'è, in realtà, il
settecento di Francia! E n'è rimasto un ricordo perfino in Antonio Canova.

Tuttavia l'uomo del cinquecento amplia sempre più questa visione: da un lato di-
strugge il passato con la beffa del Pulci e del Berni, con l'ironia galante dell'Ariosto,
con la pantagruelica parodia del Baldus, con l'implacabile critica del Machiavelli, che
guida l'interesse degli spiriti, più che verso la Religione o l'Arte, verso la Storia, quale do-
minio dell'uomo, e a quella rivolge come a solo fine la Scienza che già fu prettamente
teologica — posizione questa in certo modo negativa rispetto all'arte e che al più condurrà
a poco a poco verso il Realismo, sentito come reazione alla iconografia tradizionale —;
dall'altro lato sente crescere in sè un nuovo mondo: la Natura.

Siamo al teorico Leonardo, che « vede » un più vasto mondo e se lo appropria spi-
ritualizzandolo. Siamo ai veneti pittori del paesaggio e della « veduta lontana ».

L'uomo del Rinascimento non sente più la Natura come esterna ed avversa, quale
appariva al mistico teologizzante, ma cosa sua, proprietà spirituale, cui egli dà il suo
sentimento e il suo pensiero, che egli divinizza in sè, sentendovisi moltiplicare infinito e
creatore: giustamente creatore, perchè essa non è se non il nuovo sè stesso che di giorno
in giorno si fa. L'ebbrezza di questa conquista, ch'è preliminarmente tutta sensuale,
ecco il nutrimento della nuova arte veneziana del colore! Giorgione, e in parte Tiziano,
è qui!

Ma la ragione che i teorici si dànno di questo, il modo secondo cui l'intendono, è
duplice o almeno si sviluppa secondo due « momenti » precisi e distinti. Leonardo forse
per primo ce ne dà la prova. Egli riconosce infatti nella natura un Dio, un « divino
naturale », il « Deus in rebus » e se, platonizzando, apre la via al « naturalismo metafisico »
di Bruno e del Campanella, che della Natura tendono a farsi una conquista e una pro-
prietà spirituale, ricongiungendosi così a Vico e al moderno Idealismo, egli presente tut-
tavia la costruzione matematica e astratta di Galileo, in quanto si propone questa Na-
tura come oggetto intelligibile « juxta propria principia », cioè come un sistema di rap-
porti numerici volta a volta conoscibili per mezzo della « esperienza » scientifica: teoria
che oppone la natura allo spirito dell'investigatore e tende a farne la materia dei ma-
terialisti. Ora, se in Leonardo tali due grandi correnti del pensiero moderno, appena
abbozzate, si confondono sì ch'egli, considerando l'uomo e la natura, secondo i dettami
scolastici, come parallele opere di Dio, ma superandone il concetto di incomunicabilità,
può pensare che l'uomo, espressione attiva della mente di Dio, tocchi in certo modo, at-
traverso l'esperienza, quella stessa mente espressa nel fenomeno naturale; certo è che
imprimendo per primo l'avvìo alla indagine scientifica e dandole si largo campo d'espt ri-
mento, preannunzia più assai il sistema matematico galileiano che l'eroico furore della
Scuola medioevale. Egli è veramente toscano, partecipe d'una cultura già stanziata e
particolarizzata, che darà il suo schietto fiore nel Machiavelli; erede delle simbologie
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