L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 28.1925

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MADONNE DEL CORREGGIO E DI GAUDENZIO FERRARI
NELLA RACCOLTA BORROMEO ALL'ISOLA BELLA

Al Principe Gilberto Borromeo

Nel palazzo Borromeo dell'Isola Bella, fra tante e poco note opere d'arte, che la cer-
chia azzurra del lago isola dal mondo dei dotti e degli amatori, si è celata fìnoggi, sotto il
nome di Francesco Mazzola, un'opera del grande emiliano, che nel Cinquecento, mentre
era in fiore il mondo'ideale di Raffaello,e Michelangelo eternava nelle sue moli marmoree
la ribellione impotente dell'umanità contro il destino, schiudeva alla vita un edonistico
sogno, sgranando nell'ombra gli smalti del colore emiliano, allacciando molli ritmi di linee
tra figura e figura, tra figura e ptiese. Eccone un esempio nel quadretto Borromeo (fig. i).
La Madonna siede in un bosco, come poco più tardi nel capolavoro della giovinezza di An-
tonio Allegri, la Zingarella di Napoli, e la cortina leonardesca d'alberi, che raccoglie l'ombra
intonili all'immagine, s'inarca con lei, riecheggia sul fondo velato di cielo la grazia dello
atteggiamento chino. Quando Raffaello abbandona per un istante la composizione predi-
letta del Cinquecento, a piramide, e svolge in curva il gruppo della Vergine col Bimbo
nel delizioso quadretto rosa e biondo di Chantilly, la curva è un perfetto arco di cerchio
sul fondo di parete e tenda lineato da pieghe e vasi in direzione verticale: il principio geo-
metrico regge ancora il ritmo della composizione, limpida come il puro osso del colore.
Quanto diverso l'arco della Vergine del Correggio! La curva è libera, profonda e leggiera;
la persona assottigliata dall'ombra disegna un arco falcato di piuma; il manto dalle pieghe
ricche, dagli orli a rilievo, frastagliati, sfaccetta la forma complicando il ritmo chiaroscu-
rale; il corpo appena mosso a spira del fanciullino, le mani della Vergine con tanta dolcezza
abbandonate intrecciano e snodano le dolci fluttuazioni di catena che son delizia al Cor-
reggio, strumento ai suoi molli ritmi di luce. La massa d'alberi nel fondo, un tempo certo
avvivata, come nella Zingare-Ila di Napoli, da frange verde oro, da bisbigli di luce nell'ombra
dei rami, completa, col suo spessore di felpa, la grazia del ritmo abbandonato che luci
e forme intonano.

Il pittore non rinuncia all'idea plastica, principio vitale del Rinascimento italiano, anzi,
imprime un risalto assai più nitido al volto di Maria sul fondo cupo, un rilievo assai più
definito alle pieghe, di quanto non ricerchi nella Zingarella di Napoli: il quadro Borromeo
risolve per smussati spigoli le svolte della forma, che nel quadro di Napoli intona, col
ramo piegato dagli angeli, tutta una cantilena di curve; le pieghe si spezzano, mentre a
Napoli snodano ondulazioni d'infinita dolcezza, e con esse, pigre altalene di chiaroscuro;
l'osso del colore, intenerito d'ombra sul volto della Madonna Borromeo, dispare dal volto
chino della zingarella, plasmato come dagli atomi d'oro dell'atmosfera: la Zingarella segna,
nel periodo giovanile del Correggio, il punto d'arrivo della concezione pittorica, come il
Ganimede e la Io nel periodo finale.

La Madonna Borromeo è un compromesso fra la concezione plastica e la concezione
luministica, assai più lontano da quest'ultima nei suoi risultati che non la Zingare/la di
Napoli; ci rammenta lo Sposalizio di Santa Caterina nel museo di Napoli e la lunetta con
l'immagine dell'Evangelista in San Giovanni di Parma, per il sistema di sfaldature, che
troviamo identico nel manto della Vergine lungo il braccio e in quello di Caterina avvolto
a ruota sui fianchi, e ancor più nelle grosse pieghe striscianti a terra dalla figura seduta
di Giovanni e in quelle ammucchiate sulla zolla che forma seggio alla Vergine Borromeo.

L'Arte, XXVIII. r.
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