Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma — 22.1894

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nel secolo di Augusto.

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diversi e sì molteplici fatti sieno concorsi ad assicurarne in quel
tempo il primato nell'Olimpo romano, da darci piena ragione
delle diverse opinioni che su tale obbietto si son prodotte.

Opinioni tutte che sembrano inaccettabili per questo, che
riguardando esse o un fatto singolo o un lato solo della divinità,
non ispiegano come mai quell'unico fatto abbia avuto tal forza
nella coscienza popolare, da rendere questo giovane dio greco il
maggiore tra gli dèi di Roma. Per noi vi ha dunque tal ra-
gione, che comprende tutte le altre, a cui tutte le altre sono
subordinate; e ciò, sia per quanto riguarda il culto personale di
Augusto per Apollo, sia per quanto riguarda il culto generale
dei contemporanei.

Non è dunque la storia del culto di Apollo che noi ten-
tiamo ; vogliamo invece dichiarare il significato di tal culto a
Roma, le ragioni del suo incremento, il modo onde Augusto e i
Romani concepivano tal dio ; avvalorando tutto con prove e docu-
menti. — Ma faremo precedere, com'è naturale, una breve ras-
segna delle opinioni altrui.

Molti sono che adducouo la vittoria Aziaca ottenuta, per
così dire, sotto gli occhi di Apollo Azio, per ispiegare il fatto
del tempio edificato ad Apollo sul Palatino, tempio che già è
il simbolo del primato conquistato da quel dio su tutti gli altri.
Tutto il promontorio Azio, si adduce, era consacrato ad Apollo,
e la vittoria ottenuta su quel promontorio potè consigliare Angusto
a trasportare a Roma il dio tutelare del luogo. Compiute così
felicemente le sue imprese, dice il Ltirsen (De Tempio et Bi-
bliotheca Apollinis Palatini, p. 17) Cesare Ottaviano non solo
volle dar prova della sua magnificenza e fede, ma anche del
suo culto verso Apollo, e in quello stesso giorno fe' consacrare ad
Apollo Azio alcune delle navi prese, ampliò il tempio, istituì
giuochi musici e' ginnici. — Ma il dire che Augusto ampliò il
tempio, non ispiega lo speciale culto al dio, cominciato già molti
anni prima. Giacché, se dobbiamo credere a Velleio Patercolo
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