Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 9.1899

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tutto gli istrumenti ed attrezzi relativi all' agricoltura,
quali sarebbero le zappe, le vanghe, le falci, i fal-
cetti, ecc. Soltanto nel sepolcreto di Ornavasso, il
quale spetta ad età relativamente tarda, si rinvennero
due falcette in ferro da mietere ('). È vero che nei
due ben noti ripostigli di Telamone (2) considerati
giustamente dal Milani come memorie simboliche di
quella battaglia, insieme con i modelli delle armi
galliche erano altresì quelli di strumenti agricoli, ara-
tri, gioghi di buoi, zappe, marre ecc. Ma molto pro-
babilmente quegli strumenti rappresentano il bottino
ammassato dai Galli nei giorni che precedettero la
battaglia, quando, facendo scorrerie per le campagne,
s'erano impossessati, come dice lo stesso Polibio (3),
di una grande quantità di bestiame, di uomini e di
masserizie. Questo bottino, abbandonato dai Galli, in
seguito alla tremenda sconfitta loro toccata, venne
ricuperato e commemorato altresì nell' offerta votiva.
Certo non si può supporre che i Gesati ed i Boi, che
erano i popoli più rieri fra i Galli e che punto non
stanziavano in quel seno di Etruria, avessero portato
da oltre Apennino gli strumenti agricoli per servir-
sene nei combattimenti.

Tutto considerato adunque, quel passo di Polibio,
relativo all' agricoltura dei Galli, mi sembra sia da
intendere nel senso che essi, come si provvedevano
da altri popoli delle armi, così si procacciassero al-
tresì i prodotti dell' agricoltura, vino, frumento, olì, ecc.,
sia dai medesimi popoli, sia anche dalle genti che
essi aveano assoggettato nella regione circumpadana.
Tanto più che questa, come risulta dalla descri-
zione, che ne porge lo stesso Polibio, era allora ed
anche dopo la cacciata dei Galli, rimase ubertosis-
sima (4).

Non posso chiudere queste osservazioni sul cor-
redo maschile dei Galli senza accennare ai loro carri
da guerra, di cui gli antichi scrittori fanno menzione.

Anzi, secondo il racconto di Livio, alla battaglia
di Sentino, i carri dei Galli, coi rumori delle ruote
avrebbero così spaventata e scompigliata la cavalleria

(') Bianchetti, / sepolcreti di Ornavasso, p. 153.

(2) Milani, Due ripostìgli telamonesi in Studi c materiali
di archeol. e numis., voi. I, p. 143.

(3) Polyb., lib. II, cap. 26, 5.

(4) Polyb., lib. 11. cap. 15.

GALLICO

romana da porre in dubbio, sul principio, l'esito della
battaglia(')• Ed il prof. Pais nella critica ch'egli fa
di questa narrazione osserva che * quanto si narra sui
carri gallici pare rispondere alla verità »(2). Polibio
poi menziona i carri dei Galli anche nella battaglia
di Telamone (3) e Diodoro Siculo parla delle bighe
usate dai Galli Transalpini nei viaggi ed in battaglia,
sulle quali stavano 1' auriga ed il combattente (4). Un
carro vedesi anche rappresentato sulle terrecotte di
Civita Alba, relative al saccheggio del tempio di
Delfi (5) e sopra un' urna etnisca rappresentante il
medesimo soggetto Di modochè, stando alle noti-
zie degli scrittori ed ai monumenti, parebbe che nes-
sun dubbio potesse elevarsi sull' uso dei carri da guerra
presso i Galli.

Ora nel sepolcreto di Montefortino, le cui tombe
più recenti doveano di pochi anni aver preceduto la
battaglia di Sentino, non si è rinvenuto nulla che
accenni a carri da guerra, non avanzi di ruote o di
rivestimenti del carro e del timone, non tracce di
bardature di cavalli, come sarebbero i morsi. Vi si
trovarono soltanto tre scheletri di cavalli, Y uno presso
un sepolcro di donna (sep. XXX), l'altro presso un
sepolcro di guerriero (sep. XXIV), il terzo presso
tomba (XLI) anteriormente frugata e priva di oggetti.
Questi cavalli erano stati uccisi sulla tomba dei loro
padroni, perchè sappiamo da Cesare che, ancora al suo
tempo, i Galli Transalpini usavano gettare sul rogo
non soltanto tutto ciò eh' era stato caro all' estinto,
ma etiam ammalia ("). Neppure dagli altri sepolcreti
gallici di età più tarda scoperti in Italia non è uscito
mai nulla che si riferisca a carri od a bardature di
cavalli (8).

(') Liv., libr. X, 27.

(s) Pais, Storia di Roma, voi. I, parte H, p. G80.
(3) Polyb, lib. II, 28, 5.
(<) Diod. Sic. lib. V, cp. 29.

(5) Notizie degli scavi 1897, p. 297.

(6) Kiirte, Urne etnische, III, tav. 118.
C) Caesar, De Bello Gali, VI, 20.

(s) Si dovrebbe forse eccettuare la tomba di Sesto Calende,
pubblicata dal Biondelli (Di una tomba gallo-italica scoperta
a Sesto Calende sul Ticino, Milano, 1867), che il Montelius
{La civilisation primitive en Italie, pi. 62, p. 315) riporta alla
« première partie de l'époque gauloise ou celtique, celle qui
corresponOe a la période de Hallstatt » ed il Bertrand {Les Celtes
dans les Vallées du Pò et du Danube, Paris, 1894, p. 80) col-
lega « a la grande famille des tribus celtiques ». Quella tomba
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