Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 13.1903

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L'OLYMPIEION DI SIRACUSA

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tichissimi xoana in legno, rivestito di metallo e colle
sole estremità elaborate plasticamente; essa denota
l'alta antichità del santuario. La cui origine forse si
connette colle origini della città. La tarda notizia
tramandataci da Cicerone (In Verrem IV, 128), che
Giove fosse colà venerato col nome di Urios ('), cioè
protettore dei naviganti, denota che il tempio sorto
sulla linea d'ingresso delle navi nella bocca del porto
aveva un carattere marino, e si rannoda alle prime
fasi della vita siracusana.

Esso sorgeva in mezzo ad uno di quei sobborghi
eretti in più punti attorno al grande porto, e che die-
dero alla città il nome plurale di Siracusae (Pais,
Storia, I, p. 177); sobborgo che per tempo dovette
nascere colà, in quella forte posizione, che era testa
di ponte sull'Ànapo (Holm, Topogr. p. 1G8), ed assi-
curava il possesso della campagna a mezzodì; esso
denominavasi Polichne. Induttivamente dunque l'ori-
gine dell'Olimpieo può riportarsi al settimo secolo.

Altre notizie troviamo poi, e sempre collegate ai
grandi assalti subiti dalla città, ciò che dimostra la
importanza militare del sito, dove il tempio di Giove
sorgeva. Quando gli Ateniesi tentarono nel 415 i
primi approcci alla città, venne loro fatto di impadro-
nirsi delle tabelle statistiche col censo della popola-
zione, conservate nel santuario, prezioso monumento a
noi sottratto: Gan'dag, eig ag àitByqà<fov%o xarà cpv-
Xag avrobg ol 2vQaxov<fioi, xtC^ievai Ó'cctccdOsv rTjg
noXecag, èv IsqiT) Jiòg 'Olv^m'ov (Plutarco, Nic. 14).
E pochi mesi dopo occuparono, fortificandola, la Po-
lichne, includendo nel muro il tempio: rò rs zov
Jtòg ìsqòv nsQisficdovio (Diodoro, XIII, 7); ciò signi-
fica che il quartiere era aperto, o cadenti ed abban-
donate le fortificazioni rifatte dagli Ateniesi.

Non corrono molti anni, che nel 39G Imilcone
occupa di nuovo quella posizione, anzi stabilisce il
suo quartier generale èv rih tov Jtòg vsòì (Diod. XIV,
62) ; ma Dionigi riprende di viva forza la Polichne,
e verso il pagamento di una lauta indennità lascia
scappare il generale cartaginese ed i suoi, asserra-

(l) Con questo epiteto Giove appare una unica volta presso
scrittori latini nel luogo citato (Carter, Epitheta deorurn quae
apud poetas latinos leguntur), ma sovente nelle fonti greche
(Zeii o!!qio;); in Sicilia esso era venerato oltre che a Siracusa,
a Camarilla e ad Agrigento (Columba, 77 mare e le relazioni
marittime fra la Grecia e la Sicilia nell'antichità, p. 33).

gliati nel tempio e nel sacro recinto, che durante
quelle fazioni deve aver subito danni parecchi. Non
mi occupo della storiella della spogliazione dell'idolo
per opera di Dionigi, al quale parecchie simili colpe
si affibbiarono, per esagerarne l'avarizia.

Il tempio fu occupato nel 214 dai Romani asse-
dianti, che posero il campo * ad Olympium, Iovis id
templum est, mille et d. passus ab urbe » (Livio,
XXIV, 33); la indicazione della distanza sembrerà a
tutta prima inesatta, ma viceversa risulta precisa, se
si calcoli la distanza in linea retta dall'Olimpieo alle
estreme fortificazioni della città, sorgenti presso il
cemetero attuale; 1 l/t miglia romane pari a m. 2218,
rappresentano appunto lo spazio di km. 2 '/4 che in-
tercede in retta fra i due punti indicati.

Nè Verre, se le accuse di Cicerone sono tutte
egualmente fondate, si sarebbe fatto scrupolo di to-
gliere « ex aede Iovis religiosissimi™ simulacrum
Iovis Imperatoris, quem Graeci Urion nominant pul-
cherrime factum ». Accettata, se vera, tale accusa, ne
conseguirebbe che il tempio era fin d'allora abbando-
nato o decaduto, se ne era stato tolto il simulacro (').

Nella lunga notte medioevale, come tutti gli altri
monumenti siracusani, anzi più, essendo fuori della
città, l'Olimpieo deve aver sofferti guasti d'ogni ma-
niera, per opera dell'uomo che ne fece una cava di
pietre, e dei terremoti.

Al principio del cinquecento lo visitò il Fazello,
(De rebus siculis la ed. Palermo 1558-60, p. 197),
notando che « iacentes plures et erectae quaedam cer-
nuntur columnae, sed praeterea nihil; oppidum vero
(cioè la Polichne) usque ad quasdam ruinas, quae
adhuc etiam obrutae dignosci possunt, defecit ». Poco
tempo appresso il Mirabella (Dichiaratone della
pianta dell'antiche Siracuse, edizione Palermo 1717,
p. 77) (2) rammentava di avere viste sei colonne in

(') Le fonti antiche sul culto di Giove Olimpico in Sira-
cusa trovansi raccolte dal Ciaceri {Culti dell'antica Sicilia,
pp. 1-2) e dal Tropea (Carte teotopiche della Sicilia antica
in Rivista di storia antica, VI, p. 480). Ne discorrono anche
ampiamente il Koldewey ed il Puchstein (o. c. p. 59), i quali
inclinano a credere che il simulacro rubato da Verre sia quello
del tempio recenziore esistente dentro la città (Diodoro, XVI, 83).
Io però mantengo l'opinione dell'Holm, dato il carattere marino
riconosciuto al Dio.

(8) Si badi che la prima edizione del Mirabella è quella
napoletana del 1613. Il Mirabella parla di una base delle co-
lonne, che non esiste, e che egli ha confuso o colla fascetta,
o col blocco di sostegno.
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