Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 18.1907

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ANATHEMATA DI UNA CITTA SICDLA-GREOA ECC.

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lessimo concepire la medesima figura eretta in piedi.
Sproporzionate sono sopratutto le gambe, depresso il
ventre, accentuato il petto, lavorati con grande verità
e con cure minuziose i piedi, e quelle poche parti della
testa che ancora sono superstiti. In complesso l'artista
ci ha dato un corpo asciutto piuttosto che magro, ma
certamente sbagliato nel canone delle proporzioni.

Ma a compensare questi difetti, compendiati si può
dire nella imperfezione del modulo, e riconosciuti in
molte statue dell'Acropoli, la nostra eccelle por altre
qualità. L'artista greco del VI secolo, se ancora era
tentennante nel trattare il corpo virile nudo, vieppiù
risulta impari al suo compito nel dare quello muliebre,
sempre velato ; qui tutto era sacrificato al pesante e
complicato costume ionico, attorno al quale egli ha
sfoggiato tutta la sua abilità, carezzandolo, leccandolo
fino nei più minuti particolari. E per questo riguardo
ammirabile è la statua grammichelese, piena di fi-
nezze delicatissime, e per niente inferiore a parecchie
delle statue marmoree dell'Acropoli. Ma anche attorno
alle parti nude l'artista ha dato quanto di meglio po-
teva della sua capacità; nulla diciamo del volto in parte
asportato, nè delle mani mancanti. Ma nei piedi, forse
anche perchè più a contatto coll'occhio del devoto,
egli si è affermato conoscitore perfetto dell'anatomia,
al paro degli scultori dell'Acropoli (Lechat, op. cit.,
p. 194), plasmando una forma fine e signorile, calzata
di uno di quelli eleganti sandali, quali veggonsi ripro-
dotti con ampia minuzia di dettagli in taluni vasetti
del VI sec. di origine greco-asiatica, foggiati appunto
a piede.

La statua grammichelese appartiene alla serie non
troppo numerosa delle figure muliebri arcaiche sedute.
11 Keinach (Repertoire de la stai. grec. et rom.,
voi. II, pp. (582-83) ne ha data la statistica, che nel
caso nostro abbisogna di alcuni commenti. La statue
virili e muliebri della via sacra e della necropoli di
Miluto (Perrot, llistoire, Vili, p. 272 e segg.) non
rappresentano divinità, ma imagini più o meno con-
venzionali di sacerdoti, di devoti, di defunti, opere
tutte di scultori greco-asiatici. Di carattere al tutto
primitivo sono le due statue di Tegea, in tufo (Bull.
Corr. Hell. 1890, p. 382 e segg.), trovate lungo la
strada di Megalopoli e presso un tempio di Demeter;
è accertato il carattere funebre della prima di codeste
statue (Perrot, op. cit., Vili, p. 448). Una della Cuma

eolica, ora a Costantinopoli (Bull. Corr. Hell. 1889,
p. 542 e segg.) fu interpretata dal Reinach, ma parmi
a torto, per una Cibele; provenendo essa da un campo
funebre sarà più opportuno riconoscere anche qui un
ritratto convenzionale. Parecchie altre dovute ad ar-
tisti focesi, quindi asiatici, si rinvennero persino nella
remota Massalia ('). Due dell'Acropoli di Atene si
volle rappresentassero Athena (2) attesa la presenza del-
l'egida, sebbene non sia poi certo, che in una si debba
riconoscere la Athena di Endoios, veduta da Pausania.

Non presumo di aver data completa la lista delle
figure muliebri sedute arcaiche; certo è che colla loro
mossa ampia e pesante, coi larghi panneggi, colla
posa solenne esse derivano tutte da artisti ionio-asiatici
o da paesi soggetti a tale influenza artistica. Quasi
tutte appartengono alla prima metà del sec. VI, poche,
le ateniesi, alla fine, ed in esse si riconosce tosto la
diversa e più ricercata maniera di rendere le stoffe. La
designazione sacra (ex voto, ritratti funebri) è del paro
a tutte comune, ma solo per una, la creduta Athena
di Endoios, abbiamo la certezza che rappresenti una
divinità. Senonchè dentro questa serie di statue, della
durata di un secolo e più, è facile scorgere la lenta
evoluzione dall'arte greco-orientale all'arte attica, evo-
luzione che si svolge parallela a quella delle statue
muliebri stanti; dallo grevi e plumbee statue dei Bran-
chidi alla c. d. Athena di Endoios corre oltre a mezzo
secolo, ed in questo periodo l'arte di orientale che era
tende a divenire in Attica, per virtù propria, arte attica.

Una simile evoluzione si avverte anche in Sicilia,
e nelle grandi terrecotte siceliote. Se alquanto copiose
sono le tracce (per ora sole tracce) delle statue mu-
liebri erette in piedi, due sole ne possediamo di sedute,
e tutte e due grammichelesi ; la nostra cioè, e quella
da me pubblicata un decennio addietro (op. cit., tav. Ili,
p. 20 e segg.). Esse segnano due termini se non estremi
certo lontani di un movimento artistico, nè tornerà
difficile avvertire l'enorme progresso, che in confronto
della prima, quasi idolo informe, senza stile e vera-
mente brutto, segna la nostra, carezzata da tutte le
finezze dell'arte ionio-attica del secolo VI morente.

(') Perrot, llistoire de l'art, voi. Vili, p. 408; per una
di esse è molto probabile la interpretazione di Cibele, attesa
la presenza di un piccolo leone sulle ginocchia.

(a) Lecliat, o. c. VIII,p. 615; Lermann, Altgriech. Plastik,
p. 68.
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