Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 20.1910

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LE PIETRE FUNERARIE FELSINEE

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degl' Inferi alle persone defunte. Tale espressione sa-
rebbe pure comune ad un altro dèmone, che alla vol-
garità di forma accoppia rudezza maggiore di aspetto :
è il dèmone della stele n. 2 (fig. 59). I crespi e corti
capelli, il naso prominente, la corta barba, ora indi-
cata solo nel suo contorno ('), il villoso petto sco-
perto (2), il breve mantello, nella cui realistica dispo-
sizione pure si accenna un carattere basso e servile,
che si appalesa anche nel modo con cui la offerta
della defunta è gelosamente custodita nella mano;
tutte queste caratteristiche infine accentuano la vol-
garità e dànno una tinta di rozzezza al personaggio
effigiato, il cui ufficio tuttavia permane sempre be-
nigno nella sua servilità.

Invece tratti ripugnanti ed orridi hanno già tre
dèmoni su tre stele, i quali trascinano seco i defunti.
In due stele (nn. 76 e 105) v' è quasi un contrasto
tra la delicatezza di espressione di un dèmone im-
berbe ed alato e la selvatichezza dell' altro dèmone.
Da solo l'orrido dèmone è nel n. 94.

Nella stele di Tanaquilla (n. 105; fig. 56), costei
passivamente viene condotta dai due dèmoni; quello
alato le sta a destra, quello barbato a sinistra, e le
pone sul collo il braccio destro; ma il movimento di
questo braccio non mi pare che sia indizio di ma-
levolenza verso la defunta, a cui rivolge lo sguardo
quasi con invito, nè il dèmone alato cerca di strap-
pare Tanaquilla al compagno, ma tutti procedono
d'accordo nella stessa direzione. Non è dunque, come
sembrerebbe a prima vista, un contrasto tra dèmone
buono e dèmone cattivo riguardo al possesso di una
anima, contrasto che farebbe venire alla mente quelli
innegabili su anime anonime nella pittura della grotta
del Cardinale, e che rievocherebbe alla memoria il
canto dantesco di Buouconte da Montefeltro (Purga-
torio, V, v. 102 e segg.). Il modo con cui è espressa
la scena nella stele, certo esclude pienamente ogni
idea di contrasto, idea che sarebbe stata del tutto
contraria al desiderio dei parenti superstiti di Tana-
quilla, i quali certamente non dovevano immaginarsi
la loro compianta defunta, oggetto di lite tra un dè-

(') Credo che una barba, non un mento deforme, perchè
troppo lungo, abbia voluto esprimere lo scalpellatore.

(*) La villosità del petto ritengo che sia accennata me-
diante la soverchia accentuazione dei pettorali e delle mam-
melle.

mone buono ed uno cattivo, in una situazione incerta
di pace o di tormento.

Suppongo invece nel dèmone barbuto quasi la per-
sonificazione della forza crudele, che strappa all'im-
provviso una persona all'amore, all'affetto dei suoi
cari; e tale supposizione credo che si possa basare sul-
l'oggetto, sinora male definito, pendente dalla destra
del dèmone ('). Esso oggetto è sostenuto dalle dita
della mano destra, ed ha tutte le apparenze di essere
formato da una duplice lama ingrossata nel mezzo ed
appuntita; esso oggetto sarebbe adunque una cesoia,
una di quello ferree cesoie così caratteristiche dei se-
polcreti gallici (*), e che benissimo può essere stata
rappresentata su questa stele, che è una delle più
tarde tra le felsinee e che è coeva certamente alle
invasioni galliche della prima metà del secolo IV.
La stessa forma di cesoia ben può essere attribuita a
Galli e ad Etruschi, ed in tal modo la cesoia sta ad
indicare che lo stame della vita di Tanaquilla è stato
troncato. Si rammenti a tal uopo la tarda rappresen-
tanza del sarcofago di Tita Afunei con una Parca
(Culsit?) che esce dalla porta degl'Inferi con le for-
bici in mano. Così la seriore stele di Tanaquilla
avrebbe il dèmone con la cesoia, corrispondente al mar-
tello della Parca sull'arcaica stele della Certosa (nu-
mero 175).

Per l'aspetto, il dèmone della stele n. 105 ha di
caratteristico : i peli della barba e della chioma irti
e lunghi, simili a quelli di un uomo selvaggio (Gallo?)
su riquadro della grossa stele n. 43 (fig. 10); il naso
grosso che esce da bassissima fronte; le labbra car-
nose ; il vestito stretto e corto fino alle coscie, di stoffa
grossa per le larghe stilature.

Ma diversi sono i dèmoni, purtroppo assai corrosi,
delle altre due stele nn. 76 e 94; quivi l'aspetto
loro è del tutto silenico. Duplice pertanto mi pare il
modo di esprimere esseri demònici orridi e ripugnanti :
ora la espressione è veristica e prettamente etnisca,
ora essa è ricalcata su modelli ellenici ceramici, ove
appunto le figure mostruose e movimentate dei Sileni
potevano offrire agli Etruschi scalpellatori una idea

(') Il Gozzadini vi riconosceva il colmo fuso dello stame
della vita! Il Frova (op. cit., p. 41) è incerto tra un vasetto
ed un gladio.

(2) Es. Montelius, tav. 112,12. Si vedaBrizio, Monumenti
dei Lincei, IX, p. 746 e seg.
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