Accademia Nazionale dei Lincei <Rom> [Editor]
Monumenti antichi — 20.1910

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LE PIETRE FUNERARIE FELSINEE

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stele possono essere prese in considerazione. Si po-
trebbe aggiungere il n. 15'.) in cui nel lato B (zona
inedia) è il gruppo di uu leone che assale un
uomo ; ma il carattere mitico di questo gruppo non è
provato.

È nota assai la stele della Certosa n. 195 (tìg. 24);
ivi, nella zona inferiore, è l'arcaica tìgura di una belva
dalle cui poppe sugge il latte un bambino. In questo
bambino già riconobbi Mileto che viene nutrito da
una lupa. È qui l'accenno ad un mito vetusto sotto un
aspetto arcaico, mantenuto dal tardo scalpellatore fel-
sineo. Se pertanto il gruppo della belva e del bam-
bino fa pensare ad un prototipo di arte ionica, invece
gli altri rari accenni mitologici sulle nostre stele
indicano chiaramente, come modelli, le pitture cera-
miche attiche del V secolo.

Nella frammentata stele n. 26, nella zona infe-
riore, in quella zona che nella stele precedente è
occupata dal gruppo che ora ho accennato, sono gli
avanzi assai corrosi di due centauri. Rozza è la espres-
sione artistica di questi due esseri, i quali non palesano
più il tipo dell'arte ionica, ma quello della ceramica
attica a figure rosse. Ed in realtà a vasi attici —
e sono numerosi quelli giunti sino a noi dal suolo fel-
sineo con figure di centauri — si deve essere inspirato
l'umile scalpellatore etrusco. L'inferiorità rispetto ai
prototipi ellenici è palese, non solo nel rendimento
delle due figure, ma anche nel loro complesso ; il
centauro di sinistra impugna orizzontalmente ed il
secondo innalza una corta daga, non già nella mano
destra, ma nell'altra mano; di più, l'azione espressa
da questi due centauri rimane del tutto monca, perchè
tanto a sinistra quanto a destra non sono riportate le
figure dei loro avversari. Sono infine due figure tolte
dal repertorio ceramico attico, ma prive di connessione
e non costituenti perciò una scena definita in sè.

Accenni mitici sono pure in altre due stele, nei
nn. 12 e 43 assai connessi tra di loro, come si è già
detto più volte. L'elemento mitico penetra in ciascuna
di queste stele solo in due riquadri dello spessore.

Nel n. 12 (Noi. Scavi, 1890, t. I) si deve esclu-
dere, come già si è detto, che nel riquadro terzo da
destra, in alto, sia rappresentata Canace, come credette
il Brizio; invece la tìgura esibita è quella di un
semplice essere demònico. Nel secondo riquadro, da
sinistra, è Circe tra due compagni di Ulisse; quello

ritto a destra è qui del tutto trasformato in un porco ;
quello a sinistra ha di suino il capo ed il collo.

È un soggetto desunto dalla ceramica attica a
figure rosse. Un cratere a zone, uscito dal sepolcreto
De Luca (Pellegrini, p. 139, n. 298, fig. 80), e che ri-
sale agli anni immediatamente posteriori alla metà del
sec. V, esibisce una scena più complessa che riguarda
Circe, ma con tutti i compagni di Ulisse trasformati
in esseri semi-porcini. Mentre pare che l'arte arcaica
effigiasse i compagni di Ulisse tramutati in bestie di
varia natura, come nella lekythos berlinese a figure
nere (Archàologische Zeitung, 1876, tav. 15), nella
posteriore arte attica del sec. V, come ci apparisce
dalle rappresentazioni vasculari, ai compagni di Ulisse
è data una forma esclusivamente suina. Solo in monu-
menti ben più recenti, questi compagni ci appariscono
diversamente trasformati, cioè nelle tarde urne etni-
sche (Brunii e Korte, I, tavv. LXXXVIII-LXXXIX).

La maliarda, sulla stele, tiene, rozzamente espressi,
due nappi con pozioni magiche, ed il nappo è un
semplice skyphos. È un tratto comune a questa rap-
presentazione mitologica dei vasi a figure rosse, alla
pelike di Dresda {Archàologische Zeitung, 1865,
tav. 194), all'anfora di Berlino (ivi, 1876, tav. 14),
con fedele accenno, pel filtro fatale, al racconto ome-
rico. Credo che il Brizio a torto abbia citato l'urna vol-
terrana (Overbeck, Heroische Gallerie, tav. XXXII, 5 ;
Brunn e Korte, I, tav. LXXXVIII, 2). Quivi, in
questa tarda e quasi burlesca opera etnisca, la figura
sinistra con la brocca e la patera è di un uomo im-
berbe, e non di donna ; Circe è rappresentata nell'atto
in cui sostiene per le zampe un porchetto. È qui, come
riconobbe il Brunn, il ritorno degli esseri bestiali in
esseri umani per virtù di una pozione magica.

Nel primo riquadro a destra di questa medesima
stele è una Nereide su piccolo delfino; essa solleva
le cnemidi di Achille. Lo schema della Nereide su
delfino, per sè stesso costituisce una delle ragioni per
cui questa stele n. 12 deve essere posta fra le più re-
centi Ad un'opera ceramica coeva a tre vasi tuttora

(') Heydemann (Mereiden mit den Wajfen des Achill,
1879) distingueva due gruppi di rappresentanze vasculari, nel
primo del quale, il più antico, le Nereidi sono a piedi, nel
secondo, recenziore, le Nereidi sono su esseri marini. Si veda
anche Weizsacker in Roscher, Lexikon, III, p. 223 e segg.
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